Fonte: Pixabay

Scienziati scoprono le prove di un mondo perduto sepolto sotto il deserto egiziano per oltre 70 milioni di anni

Il deserto d’Egitto nascondeva un antico mare pieno di vita

3 min di lettura

Alessia Malorgio

Alessia Malorgio

Content Specialist

Ha conseguito un Master in Marketing Management e Google Digital Training su Marketing digitale. Si occupa della creazione di contenuti in ottica SEO e dello sviluppo di strategie marketing attraverso canali digitali.

Oggi è una distesa arida, rocciosa e apparentemente lontanissima dal mare. Eppure, sotto il deserto occidentale egiziano, gli scienziati hanno trovato le tracce di un mondo completamente diverso: un antico ecosistema marino abitato da squali, pesci e altri organismi vissuti decine di milioni di anni fa.

La scoperta riguarda il plateau di Abu-Tartur, nell’Egitto occidentale, e in particolare la Formazione Duwi, un’area nota per i suoi depositi fosfatici. Proprio lì sono stati individuati denti fossili appartenenti ad almeno sette specie di squali estinti. Un ritrovamento che conferma quanto il paesaggio dell’Egitto preistorico fosse diverso da quello attuale.

Durante il Cretacico, tra circa 145 e 66 milioni di anni fa, vaste aree del Nord Africa erano sommerse da mari caldi e poco profondi. L’innalzamento del livello del mare e il clima globale più caldo avevano trasformato zone oggi desertiche in ambienti marini ricchi di vita.

Cosa hanno trovato gli scienziati

Il gruppo guidato dal paleontologo Tarek Yassin, dell’Università del Cairo, ha studiato denti fossili provenienti dai livelli ricchi di fosfati della Formazione Duwi. Poiché lo scheletro degli squali è formato soprattutto da cartilagine, raramente si conserva per intero. I denti, invece, sono molto più resistenti e rappresentano una delle fonti principali per ricostruire la loro storia evolutiva.

Secondo le ricostruzioni riportate dalle fonti internazionali, il nuovo materiale ha permesso di identificare specie come Cretalamna cf. maroccana, Scapanorhynchus cf. raphiodon, Serratolamna cf. serrata, Squalicorax bassanii e Squalicorax pristodontus. Alcune di queste non erano mai state documentate prima in Egitto, mentre Scapanorhynchus cf. raphiodon rappresenterebbe un ritrovamento particolarmente importante per l’Africa.

La forma dei denti racconta molto: alcuni erano lunghi e sottili, adatti ad afferrare prede scivolose; altri più larghi e seghettati, utili per tagliare carne. Questa varietà suggerisce un ecosistema complesso, con predatori che occupavano nicchie diverse e cacciavano in modi differenti.

LEGGI ANCHE: Egitto, scoperta sorprendente sotto l’antica Buto: strutture misteriose a 7 metri di profondità

Perché si parla di “mondo perduto”

I fossili indicano che sotto quella che oggi appare come una regione desertica si nascondeva un ambiente marino ad alta produttività biologica. I depositi di fosfato, infatti, si formano spesso in contesti ricchi di nutrienti, dove la vita marina è abbondante e i resti organici si accumulano nel tempo.

In altre parole, il deserto non conserva soltanto sabbia e rocce: custodisce la memoria di un mare scomparso. Dove oggi non c’è acqua, un tempo nuotavano squali e altri animali marini.

Cosa cambia per la ricerca

La scoperta aiuta a ricostruire la distribuzione degli squali nel Cretacico e conferma che il Nord Africa era parte di una rete di mari caldi collegati alla Tetide, l’antico oceano che separava grandi masse continentali. Ogni nuovo dente fossile può aggiungere un dettaglio: quali specie vivevano lì, come si nutrivano, quanto erano diffuse e come cambiavano gli ecosistemi marini prima della grande estinzione di fine Cretacico.

Si tratta di una finestra su un Egitto quasi sconosciuto, inesplorato e decisamente molto più antico dei faraoni. Un Egitto in cui il paesaggio non era dominato da piramidi e dune, ma da acque basse, fondali ricchi di nutrienti e grandi e spaventosi predatori marini.

più popolari su facebook nelle ultime 24 ore

vedi tutti