Fonte: 123rf

Parlare con i defunti grazie all'AI: cos'è la "grief technology" (e a quale prezzo)

Tra conforto e rischio psicologico, l’immortalità digitale non è più fantascienza ma una realtà da 30 miliardi di dollari

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Alessia Malorgio

Alessia Malorgio

Content Specialist

Ha conseguito un Master in Marketing Management e Google Digital Training su Marketing digitale. Si occupa della creazione di contenuti in ottica SEO e dello sviluppo di strategie marketing attraverso canali digitali.

Sembra la trama di una serie distopica, ma è già parte del nostro presente. Le applicazioni basate sull’Intelligenza Artificiale permettono di ricreare l’avatar di una persona scomparsa e di interagire con essa attraverso messaggi, chiamate o conversazioni simulate. È il cuore della Grief Technology, la “tecnologia del dolore”, un settore che nel 2025 ha superato i 30 miliardi di dollari.

Una possibilità che affascina e inquieta allo stesso tempo, perché apre una domanda cruciale: continuare a relazionarsi con una versione digitale di chi non c’è più aiuta davvero a elaborare il lutto o rischia di impedirlo?

Come funziona (e quanto costa) l’immortalità digitale

Dal punto di vista tecnico, creare un avatar post-mortem è sorprendentemente semplice. L’AI utilizza i dati già presenti nei nostri dispositivi — fotografie, video, messaggi vocali e chat — per costruire una replica capace di imitare voce, espressioni e stile comunicativo della persona. Più il materiale a disposizione è ricco, più la simulazione risulta realistica.

In pochi minuti si può ottenere un’interazione credibile, quasi familiare. Non solo: sempre più persone scelgono di registrare i propri contenuti in vita per lasciare ai propri cari una sorta di presenza digitale interattiva.

Il mercato offre già diverse soluzioni, con costi che variano da poche decine di euro per semplici chatbot fino a cifre più elevate per esperienze vocali o audiovisive più sofisticate. La promessa è quella di rendere accessibile a tutti una forma di immortalità digitale, anche se le implicazioni vanno ben oltre l’aspetto tecnologico.

L’impatto psicologico: tra conforto e dipendenza emotiva

Dal punto di vista psicologico, il tema divide esperti e ricercatori. In alcuni casi, queste tecnologie possono offrire un sollievo temporaneo, aiutando le persone a gestire il dolore iniziale e a confrontarsi con ciò che è rimasto in sospeso.

Tuttavia, quando l’interazione si prolunga nel tempo, emergono criticità più profonde. Il rischio è quello di restare ancorati a una presenza simulata, ritardando l’accettazione della perdita. La relazione con l’avatar può trasformarsi in una forma di dipendenza emotiva, in cui il confine tra memoria reale e contenuto generato dall’AI diventa sempre più sfumato.

Il vuoto etico e il rischio deepfake

Accanto agli aspetti psicologici emergono questioni etiche altrettanto rilevanti. Il nodo principale riguarda il consenso: chi autorizza la creazione di un avatar dopo la morte? E fino a che punto è legittimo “ricostruire” una persona?

A rendere il quadro ancora più delicato è la diffusione dei deepfake, cresciuti in modo esponenziale negli ultimi anni. La stessa tecnologia che permette di “far rivivere” qualcuno può essere utilizzata per manipolare identità e creare inganni estremamente realistici.

Le cronache raccontano già casi di truffe sofisticate, in cui voci e volti generati artificialmente sono stati usati per convincere le vittime a trasferire ingenti somme di denaro. In questo contesto, la mancanza di una normativa specifica sugli avatar digitali post-mortem lascia un vuoto difficile da colmare.

Il dolore è un problema da risolvere?

La diffusione della Grief Technology ci costringe a interrogarci su un punto essenziale: il lutto è davvero qualcosa da superare con l’aiuto della tecnologia, oppure è un’esperienza necessaria?

Il dolore della perdita, per quanto difficile, ha una funzione fondamentale. Costringe a confrontarsi con l’assenza, a cercare supporto negli altri e a rielaborare il legame in modo autentico. È un processo che richiede tempo e che contribuisce a costruire empatia e consapevolezza.

Affidare questo percorso a un algoritmo può sembrare una soluzione, ma rischia di trasformarsi in una scorciatoia che impoverisce l’esperienza umana.

E quando saremo noi a non esserci più, l’idea di lasciare una versione digitale capace di parlare e interagire al posto nostro sarà davvero rassicurante?

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