Tutti adorano i gamberi e i gamberetti, ma dietro una semplice confezione di b d’allevamento può nascondersi una realtà che pochissimi consumatori conoscono. Una recente inchiesta internazionale ha infatti acceso le luci su una pratica utilizzata negli incubatoi per aumentare la produzione di uova delle femmine riproduttrici. Una procedura controversa, che apre una serie di interrogativi non soltanto sul benessere animale, ma sull’intera filiera che porta questi crostacei fino alle nostre tavole.
- Gamberi: per far produrre più uova alle femmine viene rimosso un peduncolo oculare
- La pratica incriminata non è vietata ovunque nel mondo
- Il problema non riguarda soltanto i gamberetti
Gamberi: per far produrre più uova alle femmine viene rimosso un peduncolo oculare
Andiamo con ordine e partiamo dal principio. La pratica si chiama ablazione del peduncolo oculare. In sostanza, alle femmine destinate alla riproduzione viene rimosso uno dei due peduncoli che sostengono gli occhi. L’obiettivo è stimolare l’attività riproduttiva e quindi ottenere una maggiore produzione di uova.
LEGGI ANCHE: Gamberetti, perderai la voglia di mangiarli dopo aver visto questo video sugli allevamenti
Secondo quanto documentato dai fotoreporter di We Animals, in collaborazione con l’Animal Welfare Observatory, alcune femmine possono arrivare a deporre fino a 35 volte, con cicli che si ripetono all’incirca ogni quattro giorni. Negli allevamenti visitati in Ecuador e Indonesia, l’inchiesta ha documentato direttamente la procedura, mostrando operatori che recidono il peduncolo oculare degli animaletti.
Il tema è particolarmente delicato anche perché negli ultimi anni sono aumentate le evidenze scientifiche sulla sensibilità dei crostacei decapodi, gruppo al quale appartengono gamberi, granchi e aragoste. Proprio per questo l’ablazione è diventata una delle pratiche più discusse quando si parla del loro benessere.
La pratica incriminata non è vietata ovunque nel mondo
L’ablazione del peduncolo oculare non è ancora proibita in tutta l’industria mondiale. Alcuni sistemi di certificazione stanno però introducendo limiti più severi.
LEGGI ANCHE: Sembra un gambero ma non lo è: guida per riconoscere la differenza tra gamberi e gamberetti
La Global Seafood Alliance, ad esempio, ha annunciato che i produttori di gamberetti certificati BAP dovranno abbandonarla entro la fine del 2030, mentre l’Aquaculture Stewardship Council sta prevedendo una transizione verso riproduttrici non sottoposte alla procedura.
C’è però già un’importante eccezione: per i gamberetti biologici prodotti secondo le norme dell’Unione europea, l’ablazione è vietata. Le regole UE proibiscono non solo l’asportazione del peduncolo oculare, ma anche incisione, legatura e schiacciamento.
Il problema non riguarda soltanto i gamberetti
L’inchiesta evidenzia anche un costo ambientale molto più ampio. In Ecuador l’espansione degli allevamenti di gamberi ha modificato vaste aree costiere, interessando soprattutto le mangrovie, ecosistemi fondamentali per biodiversità, protezione delle coste e assorbimento del carbonio.
LEGGI ANCHE: Attenzione a mangiare il salmone: le condizioni negli allevamenti intensivi. Qual è la verità
Secondo i dati citati nel rapporto, circa 220mila ettari di territorio costiero risultano occupati da stagni destinati all’allevamento, mentre in alcune aree del Golfo di Guayaquil la perdita delle mangrovie arriverebbe fino al 90%.
A questo si aggiungono questioni legate alle condizioni dei lavoratori, agli scarichi degli allevamenti, ai mangimi e all’uso di antibiotici. E il tema riguarda da vicino anche l’Europa, uno dei principali mercati dei gamberetti d’allevamento importati.
Una vaschetta acquistata al supermercato può quindi rappresentare l’ultimo passaggio di una filiera lunga migliaia di chilometri, i cui costi reali rimangono spesso invisibili a chi consuma il prodotto.