Può un nome inciso nella pietra riaprire una storia tramandata per secoli? Un’iscrizione su un antico sarcofago sta richiamando l’attenzione sull’uomo che aiutò Gesù a portare la croce, offrendo nuovi spunti su una figura legata a uno degli episodi più intensi del racconto evangelico. Tra archeologia e memoria, cosa abbiamo scoperto?
- Un nome inciso nella pietra e un possibile legame con i Vangeli
- Gli indizi che rendono suggestiva l’identificazione
- L’ipotesi di una sepoltura condivisa e i dubbi ancora aperti
Un nome inciso nella pietra e un possibile legame con i Vangeli
Andiamo con ordine e partiamo dal principio. Il reperto al centro del dibattito è, più precisamente, un ossario di pietra calcarea, ovvero una cassetta destinata a custodire ossa umane. Fu rinvenuto nel 1941 in una tomba di Gerusalemme, insieme ad altri dieci ossari. L’iscrizione «Alessandro, figlio di Simone» richiama una coppia di nomi presenti nel Vangelo di Marco.
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Nel racconto evangelico, Simone di Cirene viene costretto ad aiutare Gesù a portare la croce mentre rientra dalla campagna. Marco lo identifica come padre di Alessandro e Rufo: un dettaglio che rende particolarmente suggestivo il confronto con il ritrovamento archeologico.
Non siamo dunque davanti a una scoperta appena avvenuta, ma a un reperto noto da decenni, sul quale continuano a confrontarsi diverse interpretazioni. Le ceramiche rinvenute nella tomba, compresa una caratteristica lucerna erodiana, sostengono una datazione del suo ultimo utilizzo al I secolo d.C., prima della conquista romana di Gerusalemme del 70.
Gli indizi che rendono suggestiva l’identificazione
Secondo lo studioso del Nuovo Testamento Jeremiah Johnston, intervistato dal Daily Mail, la combinazione tra nomi, parentela, cronologia e possibile provenienza geografica rende plausibile il collegamento con la famiglia evangelica.
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Un indizio si trova sul coperchio, che presenta scritte in greco e in ebraico. Accanto al nome di Alessandro compare la sequenza «QRNYT», interpretata da alcuni come un riferimento a Cirene, la città nordafricana associata a Simone.
Questa lettura, però, rimane incerta. Nel 2003, Tom Powers, autore di un’analisi pubblicata su Biblical Archaeology Review, suggerì che l’incisore potesse aver commesso un errore di una lettera nello scrivere il termine ebraico per “cireneo”.
La convergenza degli indizi è interessante, ma c’è un problema: Simone era un nome diffusissimo tra gli ebrei dell’epoca e anche Alessandro era comune. Inoltre, nella tomba manca un ossario identificato con Rufo, l’altro figlio ricordato da Marco.
L’ipotesi di una sepoltura condivisa e i dubbi ancora aperti
Powers propose anche una possibilità ulteriore: l’ossario potrebbe aver accolto i resti sia di Alessandro sia di Simone. In un approfondimento del 2006, osservò che il nome del padre era inciso con tratti più profondi rispetto alla scritta che identificava il figlio.
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Secondo la sua ricostruzione, le ossa di Simone sarebbero state deposte per prime; quelle di Alessandro aggiunte successivamente, aggiornando le iscrizioni. Altre scritte, realizzate con una sostanza simile a gesso verde, potrebbero indicare entrambi.
L’ipotesi resta controversa. Il rapporto di scavo non documenta ossa recuperate nelle cassette né analisi capaci di stabilire quanti individui contenessero. Il reperto offre quindi un possibile collegamento archeologico, non la prova definitiva di aver ritrovato la sepoltura dell’uomo che aiutò Gesù a portare la croce.