Hanno scoperto come cancellare i brutti ricordi

All'Università di Toronto la clamorosa scoperta che pone, nuove, pericolose, questioni etiche

Fonte: Getty Images

Quando, a meri fini consolatori, ci nascondiamo dietro all’illusione benevola che la memoria non preserverà certi ricordi per allontanarci da situazioni di pericolo, non siamo poi così lontani dal vero. Almeno a ciò è approdata una ricerca che sta suscitando attenzione non solo nel mondo scientifico.

Intervenendo al congresso annuale dell’American Association for the Advancement of Science a Boston, Sheena Josselyn (Università di Toronto), che ha diretto la ricerca, ha spiegato: “I nostri risultati suggeriscono che un giorno potrebbe essere possibile trattare le persone con PTSD (disturbo da stress post-traumatico) cancellando questi ricordi traumatici”. “In queste persone, i ricordi sono invadenti e interrompono la loro vita di tutti i giorni”.

La sindrome da stress post-tramautico (Post-traumatic stress disorder) è frequente tra i veterani di guerra, ma è presente, e diagnostica, per un ventaglio di esperienze traumatiche, comprese quelle psico-affettive. Dinamiche estremamente delicate che pongono “serie implicazioni etiche e considerazioni” nel giungere alla produzione di un farmaco che possa attenuare, se non cancellare, i ricordi legati alla dimensione del dolore.

Le sue applicazioni sarebbero molteplici e svariate, da un punto di vista medico con diverse implicazioni a livello psicoterapico, considerato che il farmaco potrebbe essere adottato per calarsi nell’oblio di tutto.

Una diversa ricerca della Rice University e del Baylor College of Medicine, in Texas, pubblicata sulla rivista Nature Neuroscience apre su un tema collaterale legato ai brutti ricordi.

Osservata per la prima volta nei ratti, questa scoperta potrebbe fare luce sui meccanismi che consentono alla memoria di ripescare i vecchi ricordi indicando anche il modo in cui si bloccano, come nel caso di malattie come il morbo di Alzheimer.

“La nostra mente richiama continuamente i ricordi. Per esempio – spiega Daoyun Ji, del Baylor College of Medicine – io posso ricordare la strada che faccio ogni mattina da casa fino al lavoro: ma quali segnali genera il mio cervello nel momento in cui ne recupero il ricordo?”.

I ricercatori hanno registrato l’attività cerebrale dei ratti in laboratorio, mentre camminavano avanti e indietro lungo una sorta di stretto condotto. Al termine del corridoio, i roditori ricevevano una scossa elettrica molto debole, ma sufficiente perché registrassero il ricordo. Al passaggio successivo, i ratti manifestavano il timore di subire una scossa e preferivano arrestare la loro corsa. Ad aiutarli, nel bloccarsi, sono stati i neuroni specifici dell’ippocampo. Gli scienziati intendono ora scoprire se questi meccanismi siano alterati nell’Alzheimer.

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