Fonte: 123rf

Il più antico strumento in legno mai trovato: ha 430.000 anni e ha cambiato la storia

A Marathousa 1, in Grecia, emergono i più antichi strumenti portatili in legno mai scoperti: una scoperta che cambia la nostra idea di tecnologia umana

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Alessia Malorgio

Alessia Malorgio

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Una scoperta che potrebbe riscrivere una parte dell’Età della Pietra: il sito greco di Marathousa 1, nel bacino di Megalopoli. All’interno di una miniera di lignite, gli archeologi hanno rinvenuto i più antichi strumenti portatili in legno mai documentati, datati a circa 430.000 anni fa. Un arretramento cronologico di almeno 40.000 anni rispetto alle precedenti evidenze.

Il ritrovamento dimostra che il legno, materiale fragile e raramente conservato, era già una risorsa tecnologica centrale per gli ominidi del Pleistocene. Se la pietra è sopravvissuta per millenni, il legno è scomparso quasi ovunque, lasciandoci un’immagine incompleta e distorta delle capacità tecniche dei nostri antenati.

Il sito di Marathousa 1 e il mistero del bastone da scavo

Individuato grazie alle attività di escavazione di una miniera a cielo aperto, il sito ha restituito tra il 2013 e il 2019 una scena preistorica straordinariamente dettagliata. Sono emersi oltre 2.000 strumenti litici, resti di ippopotami, tartarughe e uccelli, e soprattutto lo scheletro quasi completo di un elefante dalle zanne dritte, con evidenti segni di macellazione.

In mezzo a 144 frammenti lignei eccezionalmente conservati nel fango di un antico ambiente lacustre, i ricercatori hanno identificato due veri utensili. Il più impressionante è un bastone lungo 81 centimetri, ricavato da ontano. La superficie mostra chiari segni di taglio e intaglio intenzionale: un’estremità arrotondata per l’impugnatura, l’altra appiattita e sfrangiata dall’uso.

Forma e dimensioni coincidono con i bastoni da scavo utilizzati in molte culture tradizionali per dissotterrare tuberi e radici. Tuttavia, il fatto che l’oggetto sia stato rinvenuto accanto alle ossa macellate dell’elefante apre ipotesi alternative: potrebbe aver avuto un ruolo anche nelle operazioni di lavorazione della carcassa o nello scavo nel fango del lago.

Il secondo manufatto, lungo appena 5,7 centimetri, probabilmente in salice o pioppo, è completamente scortecciato e modellato. Una delle estremità è arrotondata e segnata da piccole cavità. Potrebbe essere stato uno strumento di ritocco per la pietra, ma la sua funzione resta incerta. Ed è proprio questa incertezza a renderlo prezioso: suggerisce un uso del legno molto più complesso e diversificato di quanto finora immaginato.

Chi fossero gli artigiani rimane un enigma. La cronologia esclude Homo sapiens. Le ipotesi più accreditate puntano verso Homo heidelbergensis o forme arcaiche di Neanderthal, in un’Europa attraversata da ondate di popolazioni ominine diverse.

Un micro-rifugio nel gelo del Pleistocene

La frequentazione di Marathousa 1 avvenne durante uno dei periodi glaciali più rigidi del Pleistocene, circa 430.000 anni fa. Eppure il bacino di Megalopoli potrebbe aver funzionato come un micro-rifugio climatico, con temperature relativamente più miti e abbondanza di risorse.

Un grande tronco di ontano rinvenuto nel sito presenta profondi solchi, questa volta non umani ma lasciati probabilmente da un orso. Un dettaglio che racconta la competizione diretta tra uomini e grandi carnivori nello stesso spazio, per le stesse risorse.

Oltre la pietra: una preistoria da riscrivere

Il caso di Marathousa 1 si inserisce in un quadro più ampio che sta lentamente ridefinendo la nostra visione della tecnologia preistorica. In Inghilterra, a Boxgrove, è stato scoperto un martello in osso di elefante di 500.000 anni fa. In Zambia, a Kalambo Falls, strutture lignee incastrate risalenti a 476.000 anni suggeriscono la costruzione di piattaforme o rifugi.

Questi ritrovamenti mostrano che gli ominidi non erano semplici scheggiatori di pietra, ma artigiani capaci di selezionare materiali organici, pianificare interventi e adattarsi a condizioni ambientali estreme. Gli strumenti portatili in legno implicano trasporto, previsione, progettazione. Raccontano un rapporto con l’ambiente intimo e sofisticato.

La cosiddetta Età della Pietra appare oggi come una definizione limitante. La pietra si è conservata, il legno no. Ma la vera storia della tecnologia umana, a quanto pare, è sempre stata molto più ricca, flessibile e sorprendente.

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