Intervista a The André, il cantautore che reinterpeta la trap

In occasione dell'uscita del suo primo album "Themagogia", abbiamo fatto due chiacchiere con il ragazzo misterioso che si cela dietro a The Andrè.

Durante il febbraio dello scorso anno,  su YouTube hanno iniziato a circolare dei video (o meglio, degli audio) assurdi: alcuni tra i più grandi successi della musica trap italiana ricantati dalla voce di Fabrizio De André.

Da “Rockstar” e “Tran tran” di Sfera Ebbasta ad “Habibi” di Ghali, passando per “Cono gelato” della Dark Polo Gang. Versioni ai limiti del non-sense, ma che proprio per questo hanno finito per incuriosire tutti. Esclusa la possibilità di una reincarnazione del grande Faber sempre più gente ha iniziato a chiedersi chi fosse quel ragazzo dalla voce praticamente identica a quella di De Andrè. In tutta risposta, alcune settimane di silenzio: a parlare sono solo le cover, che iniziano a circolare sul web in maniera indiscriminata. I pezzi spopolano su Facebook, numerosissime sono le condivisioni. Tutti iniziano a parlare del nuovo fenomeno di YouTube – dai semplici utenti ai siti specializzati – chiedendosi chi si nasconda dietro quella voce fin troppo riconoscibile.

Un interrogativo che in realtà non ha ancora trovato una risposta definitiva. Si fa chiamare The André e di lui sappiamo solo che è iscritto all’università di Milano, dove studia Letteratura. Anche le poche immagini che circolano su internet lo vedono nascosto dietro la visiera di un cappello e un paio di occhiali da sole. Di The André, in pratica, si conosce solo la voce, che poi in un certo senso non è neanche la “sua”.

Forse proprio per il desiderio di emanciparsi dal personaggio che in realtà lui stesso ha creato, The André ha da poco pubblicato il suo primo album, “Themagogia – tradurre, tradire, trappare”. Questa volta le canzoni sono tutte sue: i testi e le musiche portano la sua firma, mentre la voce è ancora “in prestito”. Anche lo stile dell’album sempre ricalcare quello di Faber dato che dalla scaletta sembra di trovarsi di fronte a “Storia di un impiegato” e non a un disco trap. Dopo il disco, i live: il 30 marzo sarà protagonista di una  serata sul rinomato palco dell’Auditorium Parco della Musica di  Roma.

Nel frattempo lo abbiamo incontrato e abbiamo provato a conoscerlo meglio.

Intervista a The André

Esce domani “Themagogia. Tradurre, Tradire, Trappare”, il tuo album d’esordio. Mi spieghi innanzi tutto il titolo, che penso sia emblematico per decifrare al meglio questo lavoro?

Il titolo sostanzialmente è un modo per richiamare la demagogia, quella senza la th: se la demagogia dà al popolo ciò che il popolo vuole e ne approfitta per fare i suoi interessi, io do agli ascoltatori quello che vogliono, cioè la musica trap e la musica indie, approfittandone in realtà per fare la musica che piace a me. “Tradurre, tradire, trappare” perché i brani si presentano sotto forma di traduzioni che in realtà sono reinterpretazioni che tradiscono il messaggio originale di queste canzoni. E “trappare”, vabbè, penso sia abbastanza chiaro.

Che criterio hai usato per scegliere i pezzi da reinterpretare?

Diciamo che il criterio è stato quello di scegliere i pezzi con una certa risonanza, di cui sia riconoscibile la prima fonte, ma che mi diano anche modo di dire cose mie personali.

Facciamo un passo indietro: come è nato questo “gioco”, che adesso gioco non è più?

E’ nato per l’appunto come un divertissement: erano dei vocali che mandavo ad un mio amico dove ricantavamo con la voce di De Andrè canzoni che non erano sue. Poi ho scoperto la trap e ho pensato bene di affibbiare una certa vocalità e una certa musicalità anche a quelle canzoni lì.

Da Liberato a Myss Keta, passando per Junior Cally, il tema della maschera è oggi tornato alla ribalta. Cosa rappresenta per te l’anonimato?

Per me più che nascondere rappresenta un non mostrare, cioè un modo per dare delle suggestioni e dei riferimenti senza lasciar trasparire troppo la persona e concentrarmi di più sul testo e sulla musica.

Non credi che il rischio sia proprio il contrario, ovvero spostare morbosamente l’attenzione su chi si nasconda dietro la maschera.

Sì, infatti è un’idea un po’ utopica e irrealizzabile, ma diciamo che ho cercato di smorzare questo effetto non essendo rigidamente nascosto, presentandomi invece un po’ camuffato, non troppo scoperto: vedo e non vedo…

C’è dell’erotismo in questo approccio all’anonimato! Scherzi a parte, stupisce ovviamente tutti la somiglianza tra la voce del grande Faber e la tua: come fai ad imitarlo così bene?

E’ una cosa che mi viene da un ascolto compulsivo che ho fatto fin dalla tenera età. Sia lo strumento che la voce le ho esercitate per le primissime volte sulle canzoni di De Andrè, quindi un po’ del suo stile l’ho interiorizzato.

Mi racconti invece come avviene il lavoro di adattamento dei testi?

Semplicemente i testi che sono reinterpretati nell’album non li ho scelti al momento, li conoscevo già da prima. E ho pensato di poterli riscrivere da capo mantenendo qualche elemento che li legasse, ma che allo stesso tempo li diversificasse. Sia nell’universo trap che nell’universo indie, la cura del testo non è una cosa eccessivamente diffusa, io invece ho cercato di andare in un’altra direzione.

Cristiano o Dori hanno mai avuto modo di ascoltare le tue reinterpretazioni?

Cristiano non so, Dori ha avuto modo di ascoltare e ha anche voluto incontrarmi. Io ero abbastanza preoccupato, ma ha colto l’ironia del progetto e ha fin da subito approvato e dato il suo bene placito.

Una piccola curiosità: quali sono i tuoi ascolti in questo periodo?

Pink Floyd e Jacques Brel.

Sono gli stessi anche durante la genesi dell’allbum?

In realtà non molto, durante la genesi dell’album ho ascoltato molto soprattutto alcuni pezzi sudamericani di De Andrè.

Ti volevo chiedere, adesso che è da un po’ di tempo che giri per presentare i tuoi live e la tua musica: ti sei fatto un’idea di chi sia il tuo pubblico?

Sì, assolutamente. Il mio pubblico di riferimento è quella fascia d’età che va dai 20 ai 40, quindi non è troppo giovane per non conoscere De André, perché altrimenti difetterebbe del termine di confronto del sottotesto, ma non così vecchio da essere completamente chiuso verso tutto il mondo della trap.

Molti sostengono che il rap sia il nuovo cantautorato: tu che potresti essere un po’ l’anello di congiunzione tra questi due mondi, cosa ne pensi?

Non credo tanto che sia il nuovo cantautorato, perché comunque sono forme musicali molto diverse. Che invece il rap possa prendere il posto di quello che una volta era il cantautorato italiano, questo è possibile: il rap vive uno dei suoi momenti di gloria e ci sono tanti artisti che veicolano dei messaggi che hanno un certo peso e quindi in qualche modo sono legati alla posizione che ricopriva prima il cantautorato.

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