Dall’hip hop alla trap: la metamorfosi del "rapping" nella storia

Sono cambiate molte cose dagli anni ’70 e una di queste è come gli artisti si approcciano all'hip hop e alla trap

Hip Hop e trap: due generi spesso confusi tra loro, due stili che sovente si uniscono ed è difficile oggi scindere l’uno dall’altro.

Erano gli anni ’70 quando negli Stati Uniti, nel bel mezzo della notte, nei quartieri periferici si formavano i Block Party: si trattava di feste improvvisate in mezzo alla strada, dove disc jokey e artisti di vario genere si scatenavano a suon di musica e battle in versi parlati, non cantati. Erano gli anni ’70, il momento della nascita del rap. Uno stile praticato quasi esclusivamente da ragazzi afroamericani, la maggior parte nati e vissuti nei quartieri poveri, spesso vittime di razzismo e con un passato non semplice alle spalle. I loro testi esprimevano la voglia di riscatto sociale, il loro essere antisistema e fuori dalle regole. Ci volle poco affinché dalle strade si passasse ai club: ai bianchi newyorchesi, quella musica piaceva.

Ad Atlanta, invece, negli anni ’90, esistevano degli edifici abbandonati in cui i tossicodipendenti andavano a comprare le sostanze stupefacenti. Le trap house. Luoghi di perdizione, segnati dal degrado, che però hanno contribuito a influenzare l’immaginario di molti giovanissimi degli anni Duemila. Iniziava l’epoca dei Millennials. Ragazzi che amavano il rap, ma che hanno deciso di rompere con quella tradizione – pur essendone figli – e che hanno quindi inventato un nuovo genere musicale, la trap. Questa non c’entra nulla con le trap house di Atlanta, non nasce tra quelle mura. Ma da esse, riprendono i suoi temi: non combattono il degrado, non sono antisistema. Osannano la droga e una vita fatta di agi e ricchezze. Non c’è nulla della rabbia espressa dal rap, niente che richiami a una voglia di riscatto sociale. Una differenza questa, che porrà spesso in contraddizione i due mondi.

Come spesso accade quando l’underground incontra il mainstream, l’hip hop e la trap oggi sono connessi l’uno all’altro. Diversi cantanti rap hanno iniziato a inserire nei loro brani sonorità proprie della trap e viceversa. Da Drake a Rihanna passando per Jay-Z, gli artisti hanno cominciato a sperimentare e a creare brani che tengono insieme i due generi, ormai inscindibili. Se chi fa essenzialmente trap sperimenta il rap non rinunciando all’autotune (strumento super criticato dai puristi dell’hip hop), vediamo come non accade mai il contrario nell’ambiente rap. In Italia, invece, dove la trap è esplosa negli ultimi anni, sembra ci sia molta meno contaminazione rispetto agli Stati Uniti: rap e trap sono due mondi ancora distinti, che non si parlano e che difficilmente entrano in contatto. Il dissing è ancora elevato, anche se cantanti come Ghali, ad esempio, stanno buttando giù questo muro. Sdoganando il fatto che chi fa trap non possa essere anche un buon rapper.

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