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Non è solo petrolio: sotto i ghiacci della Groenlandia si nasconde un tesoro da trilioni che fa gola a Trump

Trump guarda alla Groenlandia, ma il vero bottino va oltre il petrolio: scopri cosa si nasconde sotto i ghiacci.

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Giuseppe Guarino

Giuseppe Guarino

Giornalista

Ph(D) in Diritto Comparato e processi di integrazione e attivo nel campo della ricerca, in particolare sulla Storia contemporanea di America Latina e Spagna. Collabora con numerose testate ed è presidente dell'Associazione Culturale "La Biblioteca del Sannio".

Poco meno di 60mila abitanti, un territorio decisamente immenso e una calotta glaciale che copre gran parte dell’isola: la Groenlandia è da diverso tempo passata dall’essere una terra silenziosa al diventare il centro di interessi geopolitici crescenti. E, nonostante tutto, non si tratta solo di una questione di petrolio. Sotto i ghiacci della “terra verde” si nasconde infatti un patrimonio di risorse naturali dal valore di trilioni di dollari, che sarebbe in grado di ridisegnare equilibri economici e strategici globali e di attirare l’attenzione delle grandi potenze. Ed è forse per questo che gli Stati Uniti di Donald Trump (ma anche la Russia e la Cina) sembrano così interessati al gigante di ghiaccio.

Terre rare, minerali strategici e il vero cuore del “tesoro” della Groenlandia

Andiamo con ordine e partiamo dal principio. Quando si parla delle ricchezze della Groenlandia, il pensiero corre subito agli idrocarburi. In realtà, il vero tesoro è rappresentato dalle materie prime critiche, indispensabili per la transizione energetica e tecnologica. Secondo diverse analisi, i depositi di terre rare (REE) presenti sull’isola potrebbero essere tra i più grandi al mondo per volume, con un potenziale enorme per la produzione di batterie, motori elettrici, turbine eoliche e tecnologie digitali.

Elementi come neodimio, disprosio, niobio e tantalio sono fondamentali e al tempo stesso difficili da reperire. Le stime indicano che sotto i ghiacci groenlandesi potrebbero trovarsi riserve in grado di coprire oltre un quarto della domanda globale futura di alcune di queste terre rare, pari a decine di milioni di tonnellate. A questo si aggiungono metalli come rame, ferro, piombo, zinco, grafite e persino diamanti, individuati già negli anni Settanta ma mai sfruttati su larga scala a causa delle difficoltà logistiche e dei costi elevatissimi.

La straordinaria ricchezza mineraria dell’isola è il risultato di una storia geologica lunga miliardi di anni: orogenesi, fratture della crosta terrestre e fasi di rifting hanno creato le condizioni ideali per l’accumulo di minerali preziosi. Non a caso, molte aree risultano ancora “poco esplorate”, soprattutto quelle oggi coperte dalla calotta glaciale, che con il riscaldamento globale sta progressivamente arretrando.

Petrolio, clima e geopolitica: perché la Groenlandia fa gola a Trump

Accanto alle terre rare, resta comunque rilevante il potenziale energetico tradizionale. Secondo l’US Geological Survey, la Groenlandia nord-orientale potrebbe contenere fino a 31 miliardi di barili equivalenti di idrocarburi, un volume paragonabile alle riserve petrolifere provate degli Stati Uniti. Tuttavia, l’estrazione è stata finora frenata da costi proibitivi, condizioni estreme e crescenti preoccupazioni ambientali.

È in questo contesto che si inserisce l’interesse di Donald Trump, che già in passato aveva espresso apertamente l’idea di “mettere le mani” sulla Groenlandia. Più che una provocazione, si tratta di una visione strategica: controllare un territorio chiave per l’approvvigionamento di risorse critiche significherebbe ridurre la dipendenza da Paesi come Cina e Russia, oggi dominanti nel mercato delle terre rare.

Il paradosso è evidente. La transizione energetica, pensata per ridurre l’impatto climatico, rischia di alimentare nuove tensioni geopolitiche e una corsa allo sfruttamento di territori fragili – per quanto ricchi possano apparirci.

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