La Terra sta davvero andando verso una sesta estinzione di massa? La domanda torna ciclicamente, spesso con toni apocalittici, ma la risposta scientifica è più complessa di una data sul calendario. Molti ricercatori parlano da anni di una crisi della biodiversità già in corso, legata soprattutto all’attività umana: distruzione degli habitat, crisi climatica, inquinamento, sovrasfruttamento delle risorse e diffusione di specie invasive.
- Il nuovo studio sulla Terra
- Le grandi estinzioni del passato
- La prossima estinzione: quando avverrà?
- A che punto siamo
Il nuovo studio sulla Terra
A rilanciare il tema è uno studio pubblicato su “Biogeosciences” dal climatologo Kunio Kaiho, della Tohoku University in Giappone, che ha provato a mettere in relazione le grandi estinzioni del passato con le variazioni improvvise della temperatura globale. L’obiettivo non è predire la fine del mondo, ma capire se esista un rapporto misurabile tra cambiamenti climatici estremi e perdita di biodiversità.
Le grandi estinzioni del passato
Nella storia della Terra si contano tradizionalmente cinque grandi estinzioni di massa, eventi durante i quali una quota enorme di specie è scomparsa in tempi geologicamente brevi. La più devastante fu quella del Permiano-Triassico, circa 252 milioni di anni fa, spesso chiamata “Great Dying”: cancellò una parte vastissima della vita marina e terrestre. L’ultima, circa 66 milioni di anni fa, è quella associata alla scomparsa dei dinosauri non aviani.
La prossima estinzione: quando avverrà?
Secondo l’analisi di Kaiho, le estinzioni più grandi risultano collegate a forti anomalie climatiche. Per gli eventi di raffreddamento globale, le crisi più gravi sarebbero associate a cali intorno ai 7 gradi. Per gli eventi di riscaldamento, invece, le estinzioni maggiori emergerebbero con aumenti di circa 7-9 gradi della temperatura globale. È qui che nasce il dato più discusso: secondo lo studio, un riscaldamento di 9 gradi non comparirebbe nell’Antropocene almeno fino al 2500, anche nello scenario peggiore considerato.
Questo non significa che possiamo stare tranquilli. Lo stesso studio chiarisce che prevedere l’entità delle future estinzioni antropiche usando solo la temperatura è difficile, perché le cause attuali non coincidono perfettamente con quelle del passato geologico. Oggi la pressione sugli ecosistemi non dipende soltanto dal caldo: dipende anche da deforestazione, agricoltura intensiva, urbanizzazione, pesca eccessiva, perdita di suolo, plastica, pesticidi e frammentazione degli habitat.
A che punto siamo
C’è poi un elemento decisivo: la velocità. Le estinzioni del passato si sono sviluppate in tempi lunghi rispetto alla scala umana, anche quando furono rapide in termini geologici. Il riscaldamento attuale, invece, procede in pochi secoli e in gran parte per effetto delle emissioni prodotte dall’uomo. Per molte specie, il problema non è solo il cambiamento in sé, ma il fatto di non avere tempo sufficiente per adattarsi, migrare o trovare nuovi habitat.
Per questo parlare di momento peggiore non significa indicare un giorno preciso. Significa riconoscere che, se le pressioni continueranno ad aumentare, i prossimi secoli potrebbero essere decisivi per capire se la crisi della biodiversità resterà gravissima ma contenibile o se si avvicinerà alla scala delle grandi estinzioni del passato.
Il punto, dunque, non è aspettare il 2500 come se fosse una scadenza lontana. La perdita di specie è già in corso e molti ecosistemi sono sotto stress. La vera domanda è cosa accadrà nei prossimi decenni: ridurre emissioni, proteggere habitat, limitare il consumo di suolo e conservare la biodiversità può ancora cambiare la traiettoria. La sesta estinzione non è una sentenza già scritta, ma un rischio che dipende molto da ciò che decidiamo di fare adesso.