L’idea che l’inferno non fosse solo un concetto astratto, ma un luogo fisico raggiungibile attraverso porte reali, affonda le sue radici in un immaginario antico e potentissimo. Un immaginario che Dante Alighieri ha reso immortale nella Divina Commedia, ma che esisteva già molto prima, tra credenze pagane, miti medievali e tradizioni popolari. Secondo queste leggende, le porte dell’inferno sarebbero sette, disseminate in punti strategici del mondo, luoghi in cui il confine tra il regno dei vivi e quello dei morti si sarebbe assottigliato fino quasi a scomparire. E una di queste si troverebbe proprio a Roma.
- Il Colosseo e la porta verso l’aldilà
- Triumphalis e Libitinensis: le due porte simboliche
- Streghe, erbe misteriose e l’origine del nome
Il Colosseo e la porta verso l’aldilà
La presunta porta infernale della Capitale si nasconderebbe proprio all’interno del Colosseo, uno dei monumenti più visitati e riconoscibili al mondo. A partire dal Medioevo, infatti, iniziò a diffondersi la convinzione che tra le mura dell’Anfiteatro Flavio fosse presente un accesso diretto all’inferno, incastonato simbolicamente negli spazi più cupi dell’arena.
Per secoli il Colosseo è stato percepito come uno spazio intriso di morte, sofferenza e violenza ritualizzata. Qui i gladiatori combattevano fino all’ultimo respiro, spesso in modo brutale, davanti a migliaia di spettatori. Secondo la leggenda, le anime di coloro che morivano in arena non riuscivano a trovare pace e restavano intrappolate tra gli archi e i sotterranei.
Triumphalis e Libitinensis: le due porte simboliche
Dal punto di vista storico, il Colosseo possedeva due ingressi principali. La Porta Triumphalis, situata a nord-est, era quella da cui entravano nell’arena i gladiatori vittoriosi e gli animali destinati ai combattimenti. Era la porta della gloria, della celebrazione, della vita che ancora resisteva.
All’opposto si trovava la Porta Libitinensis, consacrata a Libitina, divinità romana associata alla morte e ai riti funebri. Da qui venivano trasportati fuori i corpi dei gladiatori sconfitti o morenti. Ed è proprio questa porta che, nella tradizione medievale, sarebbe stata identificata come la vera e propria porta dell’inferno. E proprio subito dopo la Libitinensis si accedeva allo Spoliarium, uno spazio in cui i corpi dei gladiatori venivano spogliati delle armi e delle armature. Un luogo di passaggio, sospeso tra la vita e la morte.
Le leggende raccontano che alcune vittime destinate all’inferno venissero sepolte direttamente sotto la sabbia dell’arena, in una sorta di rito di condanna definitiva. Secondo alcune versioni più estreme, non tutte sarebbero state già morte. Questo dettaglio, carico di inquietudine, ha alimentato per secoli l’aura sinistra del Colosseo.
Streghe, erbe misteriose e l’origine del nome
A rafforzare ulteriormente il mito infernale, nel Medioevo si diffuse la credenza che il Colosseo fosse frequentato da streghe. La crescita spontanea di numerose erbe medicinali, alcune considerate miracolose e provenienti – secondo la leggenda – da terre lontane come l’Oriente, alimentò sospetti e paure. Quei semi, cresciuti su un terreno intriso di sangue, venivano associati a pratiche occulte.
Una delle leggende più suggestive riguarda persino il nome stesso del Colosseo. Si racconta che gli stregoni fossero soliti chiedere “colis eum?”, ovvero “lo adori?”, riferendosi al diavolo. Da questa formula oscura, secondo il mito, sarebbe derivato il nome con cui oggi conosciamo l’anfiteatro.