Una fitta sequenza sismica ha interessato il Sud Italia nelle ultime ore, localizzandosi principalmente nello Stretto di Messina e in provincia di Catania. I fenomeni fanno seguito alla forte scossa di magnitudo momento M6.1 registrata nella notte tra il primo e il 2 giugno al largo della costa calabra nord-occidentale, nei pressi di Amantea. Nelle 12 ore successive al sisma principale, l’Osservatorio Etneo dell’INGV ha rilevato quattro scosse a breve distanza.
L’evento più recente è stato registrato alle ore 16:07 del 3 giugno a 9 chilometri a sudest di Maletto (Catania), con una magnitudo di 2.8 e una profondità di 23 chilometri. In precedenza, lo Stretto di Messina era stato teatro di altre due scosse precedute all’alba da un terremoto di magnitudo 3.9 al largo delle Isole Eolie, localizzato all’importante profondità di 306 chilometri. La scossa principale della notte del 2 giugno, avvertita dal Lazio fino alla Sicilia, in Croazia e in Grecia, non ha fortunatamente prodotto danni significativi a strutture o persone, determinando solo rallentamenti precauzionali sulla rete ferroviaria per le verifiche di sicurezza.
Sciame sismico tra Calabria e Sicilia
La successione di eventi registrata tra lo Stretto di Messina e le pendici dell’Etna ha mantenuto alta l’attenzione dei sismologi nelle ultime 12 ore. La rapida sequenza di scosse minori, con magnitudo comprese tra 2.0 e 2.8, si è concentrata in settori crostali superficiali e intermedi, a differenza del grande sisma capostipite della notte del 2 giugno. Questa attività sismica diffusa evidenzia la complessa interazione tra le diverse faglie che attraversano il blocco calabro-peloritano e le strutture tettoniche della Sicilia orientale.
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Il meccanismo profondo della subduzione ionica
Il grande terremoto di magnitudo 6.1 non è stato causato dalle fratture superficiali dell’Appennino, ma da un processo geodinamico imponente: la subduzione della litosfera ionica sotto l’arco calabro. Si tratta di una porzione di placca rocciosa antica e fredda che sprofonda nel mantello terrestre da milioni di anni. A 250 chilometri di profondità, dove si è originato l’ipocentro, le rocce sono sottoposte a pressioni e temperature estreme che solitamente ne favoriscono una deformazione plastica. Quando avviene una rottura improvvisa di questi materiali rigidi residui, si sprigionano energie elevate capaci di generare sismi di forte magnitudo, rari ma ben documentati nella storia della regione.
La firma sismica registrata dalla stazione GIZZ
A confermare l’estrema profondità dell’evento della notte del 2 giugno è l’analisi dei dati della stazione sismica GIZZ di Gizzeria, situata a soli 38 chilometri dall’epicentro superficiale. Se il terremoto fosse avvenuto nella crosta superiore, il tempo di passaggio tra le onde P (longitudinali e più veloci) e le onde S (trasversali e più lente) sarebbe stato di circa 5 secondi. La stazione ha registrato un intervallo di ben 25 secondi. Questo ritardo cronometrico è l’impronta digitale di un sisma profondo: le onde viaggiano molto più a lungo in verticale prima di raggiungere la superficie, disperdendo gran parte del potenziale distruttivo e manifestandosi su un’area vastissima (dal Lazio alla Grecia) ma con intensità scosse contenute, comprese tra il IV e il V grado della scala Mercalli.
Perché il vulcano Marsili non è coinvolto
Il riflesso psicologico sui social media è stato immediato: una forte scossa nel Tirreno meridionale riaccende sempre lo spettro del Marsili, il vulcano sottomarino più grande d’Europa. Tuttavia, i geologi dell’INGV escludono qualunque legame per precise ragioni geometriche e strutturali. In primo luogo, la geografia: l’epicentro ad Amantea si trova a 150 chilometri di distanza dalla cima del vulcano. In secondo luogo, la separazione verticale: il sisma è avvenuto a 250 km di profondità all’interno della placca in discesa, mentre la camera magmatica del Marsili risiede nei primi chilometri sotto il fondale marino.