30 anni di Tiromancino raccontati da Federico Zampaglione

Una lunga carriera appena coronata da "Fino a qui", un album celebrativo pieno di amici, che Federico Zampaglione ci racconta in questa intervista.

Prendete un ragazzino romano. Nasce nella città che deve molto al “club dei ‘68”, di cui fanno parte anche Niccolò Fabi  e Daniele Silvestri. Max Gazzé è di un anno più vecchio.

Il ragazzino si chiama Federico Zampaglione. Vuole fare musica, non perde tempo. A 21 anni forma una band, lui canta e suona la chitarra. Quel gruppo si chiama Tiromancyno, che è l’italianizzazione della sua band adolescenziale, i Dirty Trick. Il nome lo cambierà dopo appena un disco: la “Y” lascia posto alla più amatriciana “I”. Ed è così da allora, “scolpito ormai nella coscienza”.

La musica è fresca, il pop piace anche ai ragazzi del nuovo millennio. Sono gli “eterni giovani” della musica italiana, quella generazione di mezzo rappresentata nei film di Giovanni Veronesi e Fausto Brizzi. Eppure quest’anno i Tiromancino festeggiano i loro primi trent’anni di carriera. Una carriera cresciuta parallelamente a buona parte della cultura pop italiana: musicale, ma anche cinematografica. La loro vita si intreccia a quella di Ferzan Özpetek, Valerio Mastandrea, Paola Cortellesi, solo per citarne alcuni. La svolta arriva con il primo millennio. Le coordinate due: “La descrizione di un attimo”, il loro album – ad oggi – di maggior successo. E l’arrivo di Riccardo Sinigallia. I Tiromancino vanno anche a Sanremo. Raggiungono la fama e la cavalcano? No, si sciolgono. In controtendenza, sempre “in direzione ostinata e contraria”: un “tiromancino”, appunto. È solo una pausa di riflessione, però. Nel 2002 la band rinasce dalle ceneri, quelle dello stesso Federico Zampaglione, che si dimostra un vero frontman, nonchè l’unico a poter compiere questo “miracolo”. Della formazione pre – Sanremo rimane solo lui. Il cantiere Tiromancino è sempre al lavoro e conosce oggi una nuova evoluzione. Oltre a Zampaglione ci sono Francesco Stoia e Antonio Marcucci dal 2012, Marco Pisanelli dal 2013 e Fabio Verdini dal 2015.

Intanto festeggiano la loro storia lunga 30 anni: è da poco uscito infatti “Fino a qui”, disco celebrativo con i loro maggiori successi, ricantati insieme ad alcuni tra i principali artisti della nostra musica: Jovanotti su tutti, ma poi da Tiziano Ferro a Elisa, da Fabri Fibra a Biagio Antonacci. A testimoniare quanto la carriera dei Tiromancino sia considerata un tassello imprescindibile per la musica italiana, qualunque essa sia. Una carriera che ora sarà celebrata anche dal vivo, con un tour nei teatri in compagnia dell’Ensemble Symphony Orchestra, che partirà il 21 gennaio dal Teatro Verdi di Firenze, toccando Bologna, Torino, La Spezia, Napoli, Milano e Martina Franca . Data conclusiva, il concerto – evento del primo luglio all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Del resto, non c’è nessun luogo migliore per festeggiare che casa propria.

In attesa dell’inizio del tour, abbiamo ripercorso insieme a Federico Zampaglione questi 30 anni di storia dei Tiromancino.

zampaglione-live

1989-2019, 30 anni di storia dei Tiromancino. Come ti senti innanzi tutto?

Beh, che dire…è passata. Però devo ammettere che è passata bene perché facendo comunque il lavoro che mi piace e avendo da questo anche tante soddisfazioni, mi posso ritenere una persona fortunata.

Parliamo dell’album “Fino a qui”, che già dal titolo suona come un bilancio. Ti va di raccontarmi un po’ la genesi di questo progetto?

Avevo un contratto per fare una raccolta, un “best of” classico. Poi però ho pensato che non avesse molto senso quest’operazione: non c’era nulla di innovativo nell’andare a riprendere i pezzi pari pari e metterli in un disco. E allora mi sono inventato quest’idea, cioè di ridare ai pezzi una seconda vita: si tratta di un punto della situazione in cui c’è dentro anche un lungo cammino fatto di amicizia e di rapporti con tanti colleghi. Alla fine, aveva un senso aggiungere anche questa come motivazione alla base: coinvolgere tutta una serie di artisti che nel corso degli anni si sono dimostrati amici e tutti loro hanno accettato molto felici di cantare questi pezzi, perché erano canzoni che a loro piacevano molto.

Tra le canzoni che hai deciso di inserire nell’album c’è anche “Immagini che lasciano il segno”, in collaborazione con una nuova star della musica italiana: Linda Zampaglione, 9 anni. Com’è stato collaborare con tua figlia?

Considera che con lei io canto e suono sempre: Linda ha proprio la passione per la musica e per l’arte in generale. Ovviamente è stato divertente vederla all’opera, in una vera sala di registrazione, dietro un microfono. E devo dire che è andata veramente spedita. E poi – in questo modo – si è chiuso un cerchio, perché la canzone era dedicata a lei: nessuno meglio di Linda poteva cantare con me questo brano.

Scherzi a parte, consiglieresti a tua figlia di intraprendere la tua stessa carriera?

Dipenderà da lei, io sinceramente mi limito ad osservare che ha molto piacere nel cantare e nel ballare, lo fa proprio perché le piace. Va sempre su Youtube ad ascoltare canzoni, mi ha fatto scoprire anche un sacco di nuovi artisti. Per cui non ti nascondo che se lei amerà intraprendere questa carriera, io sarò ben contento di sostenerla e di darle dei consigli per quella che è la mia esperienza.

Ho letto che per pensare e realizzare questo album ti sei preso tutto il tempo di cui avevi bisogno. Credi che oggi la discografia imponga – soprattutto agli emergenti – dei ritmi difficili da sostenere?

Sono ritmi difficili più che altro per tirare fuori risultati importanti, se poi si vuol fare musica così – tanto per fare – è un altro discorso. Chiaramente se devi preparare un album dove inserisci delle canzoni a cui vuoi dare una chance di restare negli anni, vanno pensate bene.

A proposito di canzoni che restano negli anni, fra poco inizia Sanremo e nel 2000 su quel palco c’eri anche tu, in concorso a Sanremo Giovani con il brano “Strade”.

Esattamente.

Che effetto ti fa rivedere quelle immagini oggi?

Mamma mia, mi vedo giovanissimo, sembravo un ragazzino. (ride) Però mi colpisce che comunque già così tanti anni fa avevamo portato una roba molto innovativa e coraggiosa per il festival di Sanremo: era un pezzo fuori dagli schemi, c’era il dj, c’erano sonorità diverse da quelle classiche. Quindi mi compiaccio di quella partecipazione, perché vedo che avevamo già all’epoca voglia di cambiare un po’ le regole.

Fra l’altro, per reinterpretare questo brano hai scelto uno dei cantautori più rappresentativi della nuova onda di quello che viene definito indie: Calcutta. Ti ci rivedi all’inizio della tua carriera?

Sì, effettivamente ci ho pensato, perché anche io come lui puntavo molto sulle canzoni e non tanto sull’immagine, di solito i miei video neanche li facevano vedere. E in questo senso devo dire che Calcutta mi ricorda molto questo approccio.

Una piccola curiosità: come è nata l’idea del nome Tiromancino?

Avevo un band che si chiamava “Dirty Trick”, che in inglese significa appunto “Tiro Mancino” e avevo composto la prima colonna sonora per un film di Joe D’Amato. La casa discografica di allora ci consigliò di trovarci un nome in Italiano, che così se il film fosse andato bene, ci saremmo ritrovati un nome già pronto. E io ho semplicemente preso in mano il vocabolario e ho tradotto: il primo che è venuto era “Tiromancino”. Non avrei mai creduto che trent’anni dopo sarebbe rimasto.

Tornando a Sanremo, hai visto la lista dei partecipanti di quest’anno?

Se devo essere sincero, non l’ho ancora letta perché sono stato molto preso dal tour e quindi non so chi siano i partecipanti di quest’anno. Ad ogni modo, c’è abbastanza disinteresse da parte mia nei confronti di Sanremo.

Non lo guardi?

Magari guarderò una serata, così, tanto per…ma non è un programma che mi metto lì a vedere con troppa devozione.

Il 21 gennaio partirà il “Fino a qui Tour”, tutto ambientato nei teatri…e che teatri!

Eh sì, molto belli!

Quanto è importante per te il luogo in cui ti esibisci?

E’ la cosa più importante, non tanto solo per la location quanto per l’acustica, per il sound. Se c’è una cosa che mi deprime e mi distrugge, è andare a vedere concerti dove si sente male; è un po’ come andare al cinema e vedere lo schermo sfocato oppure le immagini poco chiare. E’ qualcosa che proprio non riesco ad accettare, perché sono un culture del suono in tutte le sue forme. E quindi abbiamo scelto un ambiente in cui – a maggior ragione con l’orchestra – ci fosse la possibilità di proporre una sonorità molto pulita.

L’orchestra è la meravigliosa Ensemble Simphony Orchestra, che ti accompagnerà per tutto il tour. Hai ri-arrangiato i brani per questa occasione?

Tieni conto che in molti dei nostri pezzi registrati in studio l’orchestra c’era già, quindi l’ho reintrodotta in alcune parti, in altre invece ci sono degli arrangiamenti fatti ad hoc. Siamo 24 elementi sul palco, quindi è necessario che ci sia un’acustica perfetta. Io cambierò 11 o 12 chitarre, perché in questo tour ho deciso di uscire fuori molto come chitarrista, già in quest’ultimo singolo si sente di più questa tendenza.

Un ultima domanda, per andare a concludere. Ora che hai girato la boa dei 30 anni di carriera, come immagini i prossimi 30?

Intanto bisogna vedere se ci sarò ancora, partiamo da questo che non è affatto scontato. Se avrò la fortuna di esserci, me li immagino abbastanza simili: continuerò a fare musica con lo stile con cui l’ho sempre fatta.

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