Non tutti sanno che Vittorio Sgarbi ha parlato della morte nella sua ultima intervista, scegliendo delle parole estremamente chiare e dando una risposta che apre una riflessione su un tema complesso e lascia spazio a un’altra domanda: come si immagina il Paradiso il celebre critico d’arte? Tra ciò che finisce e quello che potrebbe esserci dopo, le sue dichiarazioni offrono uno sguardo personale, in grado di incuriosire e di invitare a rileggere con attenzione le sue parole, specie oggi che le sue condizioni di salute sono critiche.
- Sgarbi al Gemelli: le condizioni di salute del critico d’arte
- L’intervista a Ferrara e la risposta sulla morte
- Come Vittorio Sgarbi si immagina l’aldilà e il Paradiso
Sgarbi al Gemelli: le condizioni di salute del critico d’arte
Andiamo con ordine e partiamo dal principio. Vittorio Sgarbi è ricoverato in terapia intensiva al Policlinico universitario Gemelli di Roma per un’insufficienza respiratoria.
La degenza è iniziata lo scorso 30 settembre. Il dal bollettino diffuso dall’ospedale nella serata di giovedì 1° ottobre, firmata dal professor Massimo Antonelli, direttore del dipartimento di Scienze dell’emergenza, anestesiologiche e della rianimazione, descrive le sue condizioni come «critiche ma stabili».
Nella stessa giornata la figlia Evelina ha raggiunto il padre in ospedale. Dopo la visita ha raccontato il proprio turbamento, dicendosi sconvolta davanti alla sofferenza che aveva visto. Ed è in questo contesto che tornano all’attenzione le riflessioni del critico sulla morte e sull’aldilà, espresse alcuni mesi prima durante un incontro pubblico a Ferrara.
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L’intervista a Ferrara e la risposta sulla morte
L’ultima intervista pubblica di Vittorio Sgarbi risale al 1° maggio 2026, quando si svolse al Teatro Comunale di Ferrara, durante la festa per i 150 anni del Corriere della Sera, con Aldo Cazzullo. Sgarbi venne accolto da una sala gremita e dagli applausi del pubblico. Si disse felice ed emozionato di trovarsi nella sua città.
La conversazione attraversò l’arte e la politica, ma toccò anche questioni più intime: la solitudine, il rapporto difficile con il mondo e il pensiero della fine. Alla domanda sulla paura della morte, la risposta fu netta: «Se ho paura della morte? No, non mi fa paura, perché quando c’è la morte non ci siamo noi e quando ci siamo noi non c’è la morte».
Per spiegarla richiamò il principio di Epicuro: finché siamo vivi, la morte non è presente; quando arriva, siamo noi a non esserci più. Il ragionamento esclude la possibilità di incontrarla come un’esperienza da vivere in prima persona. Una riflessione filosofica, pronunciata sul palco, che oggi assume una particolare intensità alla luce del ricovero.
Come Vittorio Sgarbi si immagina l’aldilà e il Paradiso
Quando Cazzullo gli chiese come immaginasse l’aldilà, Sgarbi rispose ricorrendo al linguaggio dei colori. Lo descrisse come un ambiente monocromo, con poche tonalità e una prevalenza di verde, accostato al ferro, senza una via d’uscita.
Per il Paradiso scelse invece il bianco, spiegando che «siamo noi i colori del paradiso». Un’immagine che può essere letta come uno spazio a cui le persone danno vita, portandovi la propria unicità.
Anche il racconto della solitudine passò attraverso un’immagine: L’Urlo di Edvard Munch, che aveva sentito particolarmente vicino. Per Sgarbi quel dipinto rappresenta l’angoscia, ma anche i dubbi quotidiani e i tradimenti. Vi riconosceva l’uomo costretto a fare i conti con la propria condizione. Nelle sue risposte, dunque, la riflessione sull’esistenza restava legata all’arte: dalle inquietudini di un quadro fino al bianco di un Paradiso colorato dalle anime delle persone.