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Hai postato l'immagine All Eyes on Rafah su Instagram? Come ha fatto ad aggirare la censura social

L'immagine All Eyes on Rafah è ovunque su Instagram, ma come ha fatto ad evitare la censura della piattaforma?

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Giuseppe Guarino

Giuseppe Guarino

Giornalista

Ph(D) in Diritto Comparato e processi di integrazione e attivo nel campo della ricerca, in particolare sulla Storia contemporanea di America Latina e Spagna. Collabora con numerose testate ed è presidente dell'Associazione Culturale "La Biblioteca del Sannio".

Dopo l’attacco di Hamas nei confronti di Israele del 7 ottobre scorso e la successiva rappresaglia a Gaza da parte dello stato ebraico, Meta ha rafforzato i suoi filtri di censura, applicando criteri più severi per i contenuti provenienti dal Medio Oriente e dalla Palestina o che si riferiscono alla tragica situazione dell’area che compaiono su Facebook, Instagram e Threads. Questa stretta ha portato alla rimozione di almeno un migliaio di contenuti pacifici di supporto alla Palestina, provenienti da oltre 60 Paesi di tutto il mondo. Il tutto sarebbe avvenuto soltanto nel periodo compreso tra ottobre e novembre 2023, come denunciato da Human Rights Watch (HRW), che quindi fa pensare che la censura sia stata molto più ampia nei mesi successivi. Nonostante queste rigide misure, un adesivo digitale, noto come “All Eyes on Rafah“, ha misteriosamente evitato la censura sui social, comparendo sempre più spesso su Instagram. Quindi, come ha fatto l’adesivo All Eyes on Rafah ad aggirare qualsiasi censura sui social?

All Eyes on Rafah su Instagram: cosa significa l’adesivo comparso in questi giorni

Negli ultimi giorni, Instagram è stato invaso da un’immagine che ha catturato l’attenzione di molti utenti, inclusi quelli italiani. Stiamo parlando ovviamente di “All Eyes on Rafah”. Quest’immagine ritrae dall’alto quella che appare come una vasta tendopoli, e ha iniziato a circolare massicciamente dopo i recenti bombardamenti israeliani che hanno causato almeno 45 vittime tra gli sfollati palestinesi di Rafah. L’immagine serve come monito per mantenere alta l’attenzione sugli eventi drammatici che si stanno susseguendo nella Striscia di Gaza. È fuori di dubbio che la sua diffusione virale ne è una testimonianza potente.

Generata probabilmente con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, questa immagine ha raggiunto oltre 42 milioni di condivisioni in pochissimo tempo. L’elemento interattivo che accompagna l’immagine, l’adesivo Instagram “Tocca a Te“, permette agli utenti di ricondividerla facilmente e di risalire all’autore originale. Questa funzionalità ha contribuito significativamente alla rapida diffusione del messaggio, coinvolgendo un vasto pubblico in una catena di solidarietà digitale.

L’autore dell’immagine è un fotografo malese conosciuto online come Chaa. Fino a martedì scorso, Chaa contava solo poche migliaia di follower. Tuttavia, la pubblicazione dell’adesivo “All Eyes on Rafah” ha fatto esplodere il suo feed, portandolo a oltre 30.000 follower. Sul suo profilo, Chaa ha fissato la storia su Rafah tra quelle in evidenza, e il profilo è stato temporaneamente reso privato, probabilmente per gestire l’improvvisa attenzione mediatica. Successivamente, è stato reso nuovamente accessibile a tutti, permettendo a più persone di entrare in contatto con il messaggio di solidarietà e consapevolezza che l’immagine rappresenta.

La frase, infatti, rappresenta un riferimento alle parole del segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che ha condannato “con la massima fermezza” i raid aerei sul campo profughi di Rafah.

Come ha fatto l’adesivo All Eyes on Rafah ad aggirare la censura di Meta

A questo punto, sorge una domanda cruciale: come ha fatto l’adesivo “All Eyes on Rafah” ad aggirare la censura di Meta? Come è riuscito uno slogan sulla Palestina a diventare virale nonostante le rigide politiche di moderazione dei contenuti sui social del gruppo?

Negli ultimi mesi, gli utenti hanno sviluppato strategie creative per eludere la censura algoritmica. I sistemi di moderazione dei contenuti hanno influenzato le parole utilizzate, portando alla nascita di una nuova forma di comunicazione chiamata “algospeak“. Questo linguaggio in codice viene utilizzato per evitare che i post vengano rimossi o nascosti sui social. Ad esempio, invece del termine “morto” si usa “non vivo” e invece di “vibratore” si usa “melanzana piccante“. Nell’ambito della questione in Medio Oriente, parole come “Palestina“, “genocidio” e “Hamas” sono così state sostituite con numeri, storpiature, asterischi, emoji e assonanze. L’emoji dell’anguria, ad esempio, è diventata un simbolo della Palestina, usato per aggirare la censura al posto degli hashtag censurati come #freepalestine o #fromtherivertothesea. L’algospeak è diventato una risorsa fondamentale per discutere del conflitto sui social e per sensibilizzare l’opinione pubblica senza incorrere nella censura.

Il successo dell’adesivo “All Eyes on Rafah” nel superare la censura di Meta è legato a diversi fattori che però nulla hanno a che fare con l’algospeak. Semplicemente, si è trovato un modo per sfruttare i meccanismi di Instagram senza eluderne le normative.

Innanzitutto, l’adesivo è stato pubblicato inizialmente da un utente privato sul proprio profilo, evitando così i controlli algoritmici standard che applicano le politiche di moderazione di Meta. Questo approccio ha permesso all’immagine di diffondersi organicamente attraverso le ricondivisioni degli utenti. Cliccando sull’adesivo, gli utenti possono facilmente ripubblicare l’immagine, incrementando la sua visibilità senza passare attraverso ulteriori filtri di moderazione. E questo ha permesso allo sticker di diventare virale.

Inoltre, la foto realizzata con l’intelligenza artificiale non fa un chiaro riferimento visivo alla guerra. Anzi, il fatto che mostri un campo profughi apparentemente ordinato, senza scene esplicite di sangue o violenza, permette all’immagine di sfuggire alla categorizzazione come contenuto violento, offensivo o pericoloso da parte dei sistemi di moderazione delle piattaforme. La combinazione di questi fattori ha contribuito a rendere “All Eyes on Rafah” un potente strumento di sensibilizzazione che è riuscito a superare le barriere della censura sui social, mantenendo alta l’attenzione su una crisi umanitaria di grande rilevanza.

Meta nega la censura: la risposta del proprietario di Instagram, Facebook, WhatsApp e Threads

In risposta alle ripetute accuse di una moderazione troppo restrittiva, i portavoce di Meta hanno ripetutamente negato di aver intrapreso azioni di censura mirate sui loro social. “Stiamo applicando le nostre politiche a livello globale durante un conflitto in rapido movimento, altamente polarizzato e intenso, che ha portato ad un aumento dei contenuti che ci vengono segnalati“, hanno spiegato, commentando il rapporto di Human Rights Watch. Meta sostiene che le loro politiche sono state progettate per dare voce a tutti, pur mantenendo le piattaforme sicure per gli utenti.

I portavoce di Meta hanno inoltre dichiarato alla CNBC che, a causa dell’elevato volume di contenuti segnalati, è possibile che alcuni contenuti che non violano le politiche aziendali siano stati rimossi per errore. Questa ammissione non fa che sottolineare le difficoltà che le piattaforme affrontano nella gestione di contenuti durante periodi di crisi e conflitti intensi.

Meta ha inoltre insistito sul fatto che le loro azioni siano guidate da un impegno per la sicurezza e l’integrità della piattaforma, piuttosto che da un intento censorio. Tuttavia, l’ammissione di possibili errori di rimozione dei contenuti pone interrogativi sulla capacità dei loro sistemi di moderazione di distinguere correttamente tra contenuti che violano le politiche e quelli che non lo fanno. La situazione attuale evidenzia le sfide e le complessità di gestire una piattaforma globale in tempi di crisi, dove le tensioni e le opinioni polarizzate aumentano notevolmente.

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