La Dark Polo Gang è molto più che un fenomeno di costume

Tra una prova e l'altra del "Trap Lovers Tour", abbiamo fatto due chiacchiere con la DPG parlando di vinili, neologismi e di Domenico Formichetti.

Complice il successo televisivo di X-Factor,  la Dark Polo Gang è oggi sulla bocca di tutti, sia dei cosiddetti “Piskelletti Dark” (il drappello di fan che li segue costantemente allo stessa maniera con cui si segue la serie Netlix preferita) sia degli hater, costituiti soprattutto dal pubblico over 30. Uno scontro più culturale e generazionale che estetico. A metà tra boyband e movimento artistico situazionista, la Dark Polo Gang è  stata tra le prime realtà ad introturre nel nostro Paese il genere che oggi ha messo le radici in qualunque chart: la trap.

Per questo motivo e non solo, un anno di storia della DPG corrisponde ad almeno 3 di una qualsiasi altra band o artista italiano. Eppure – a ormai 5 anni dalla fondazione- la Gang è più in forma che mai: Tony, Wayne e Pyrex sono molto più che un banale fenomeno di costume e lo dimostrano anche in questa videointervista che approfondisce i più svariati temi, compreso quello dell’innovazione linguistica che innegabilmente li connota dalla loro fondazione.

Per ingannare l’attesa di “Gang Shit”, il feat. con Capo Plaza in uscita domani,  e il “Trap Lovers  Tour” (che li vedrà il 9 febbraio al Fabrique di Milano, il 23 a Firenze, l’8 marzo al Teatro della Concordia di Venaria, il 15 all’Atlantico di Roma e il 23 al Vox di Nonantola), ecco la nostra chiacchierata con la Dark Polo Gang.

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