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E se vivessimo davvero in Matrix? Lo scienziato che vede nelle esperienze di premorte la prova della simulazione

Secondo il ricercatore neozelandese Orson Wedgwood, le esperienze di pre-morte potrebbero rappresentare molto più di semplici allucinazioni

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Alessia Malorgio

Alessia Malorgio

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Le esperienze di pre-morte continuano ad affascinare ricercatori, medici e teologi. Mentre molte persone raccontano di aver visto una luce intensa o di aver provato una profonda sensazione di pace, esiste una minoranza di testimonianze decisamente più inquietanti.

Il medico e ricercatore neozelandese Orson Wedgwood, impegnato nella ricerca sanitaria e autore di diversi studi sul tema, sostiene che le cosiddette esperienze pre-morte negative presentino sorprendenti elementi in comune. Tra questi figurano la presenza di un odore nauseante, figure oscure descritte come demoni, episodi di violenza e un intenso senso di disperazione.

Secondo Wedgwood, queste analogie suggerirebbero che tali esperienze non siano semplici allucinazioni provocate dal cervello durante una situazione critica, ma possano riflettere una realtà spirituale.

La teoria della simulazione incontra la visione cristiana

L’aspetto più controverso delle teorie di Wedgwood riguarda il collegamento tra le esperienze di pre-morte e la celebre teoria della simulazione.

Questa ipotesi, resa popolare anche dal film The Matrix, sostiene che l’universo percepito dall’essere umano potrebbe essere una realtà artificiale, simile a una gigantesca simulazione informatica.

Per il medico, tuttavia, questa simulazione non sarebbe stata creata da una civiltà avanzata, bensì da Dio.

Secondo la sua interpretazione, la vita rappresenterebbe un ambiente progettato per consentire agli esseri umani di esercitare il libero arbitrio e dimostrare, attraverso le proprie scelte, se desiderano vivere in comunione con Dio oppure no.

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Una prova spirituale per l’anima

Wedgwood afferma che la coscienza umana sarebbe reale, mentre il mondo materiale costituirebbe soltanto l’ambiente nel quale si svolge questa prova.

In questa visione, la cosiddetta simulazione avrebbe il compito di separare coloro che sceglieranno Dio da chi invece lo rifiuterà. L’intero processo avverrebbe in un contesto sicuro, dove le azioni umane non avrebbero conseguenze eterne fino al termine della vita terrena.

Si tratta di un’interpretazione che unisce elementi della tradizione cristiana con alcune delle più discusse ipotesi filosofiche e scientifiche degli ultimi anni.

Il riferimento a Elon Musk e alla teoria della simulazione

Negli ultimi anni la teoria della simulazione ha attirato l’attenzione anche di imprenditori e scienziati, tra cui Elon Musk, che in diverse occasioni ha ipotizzato la possibilità che l’umanità viva all’interno di una realtà simulata.

Secondo Wedgwood, questa prospettiva non sarebbe incompatibile con la fede cristiana. Al contrario, potrebbe offrire una diversa chiave di lettura dell’esistenza, nella quale il Creatore avrebbe progettato un ambiente destinato a mettere alla prova le anime.

Le esperienze di chi racconta di aver visto l’inferno

Tra i casi citati dal ricercatore compare quello del surfista neozelandese Ian McCormack, che nel 1982, dopo essere stato punto da una medusa, raccontò di aver vissuto una terrificante esperienza di pre-morte.

McCormack affermò di essersi trovato in un luogo dominato dal male, fino a quando una visione della madre lo avrebbe invitato a invocare Dio. Dopo quella preghiera, descrisse di essere stato avvolto da una luce intensa e di essere uscito dal regno delle tenebre.

Wedgwood ritiene che testimonianze di questo tipo suggeriscano la possibilità che anche le esperienze più spaventose possano concludersi positivamente attraverso un percorso spirituale.

Cosa dice la ricerca sulle esperienze pre-morte

La comunità scientifica mantiene comunque un approccio prudente. Diversi studi indicano che le esperienze di pre-morte negative rappresentano una minoranza dei casi documentati.

Una ricerca pubblicata nel 2019 sulla rivista Memory ha evidenziato come le esperienze positive e quelle negative condividano caratteristiche neurologiche molto simili, differenziandosi soprattutto per il contenuto emotivo e percettivo.

Secondo questa interpretazione, sia le visioni paradisiache sia quelle infernali potrebbero derivare dagli stessi meccanismi cerebrali attivati durante situazioni di estrema criticità.

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