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Jarabe De Palo, Pau Donés in esclusiva: “Lascio la musica”

Abbiamo intervistato Pau Donés, leader degli Jarabe De Palo: "Dal 2019 smetto di fare musica, ho bisogno di fare il padre di mia figlia".

Ha esordito nel 1996 con “La flaca”, singolo che lo ha reso famosissimo e che ha portato la musica spagnola ai primi posti delle classifiche italiane (e non solo).  Poi – quasi vent’anni dopo – la terribile scoperta del cancro al colon,  con cui purtroppo ancora oggi convive. Pau Donés, voce e anima dei Jarabe De Palo, ha ancora tanta voglia di lottare e godere la vita in ogni suo istante.

Dopo il grande successo de “La flaca”, seguito da singoli famosissimi come “Depende”, “Bonito”, “Grita” e l’incantevole “Agua”, i Jarabe de Palo hanno appena festeggiato  vent’anni di carriera con “50 Palos”, un progetto che comprende un doppio cd contente 21 pezzi storici con nuovi arrangiamenti, un tour nei teatri di tutto il mondo che ha toccato anche l’Italia e un’autobiografia scritta appunto da Pau Donés, che in questo caso posa la chitarra e parla da uomo più che da musicista.

Cinquantadue anni e uno spagnolissimo sorriso sempre sulle labbra, Pau sta combattendo dal 2015 contro un terribile cancro, che finora non gli ha però impedito di smettere di pensare alla musica e alle sue più grandi passioni, compresa sua figlia. Dopo aver interrotto la tournée per curarsi, nella sua casa di Formentera, il cantante ha voluto documentare sui social tutto il suo percorso, mostrandosi sempre allegro e positivo. Il racconto della sua lotta contro  la malattia è diventata di recente anche un documentario; “Jarabe Contra El Cancer”. Pau non vuole essere condizionato dal suo male, a cui dice di pensare solo 5 minuti al giorno.

Il cantante è molto legato al nostro Paese e fin dall’inizio della sua carriera ha collaborato con molti musicisti italiani, tanto che alcuni sono diventati anche suoi amici. Tra questi, ricordiamo Jovanotti, Niccolò Fabi, i Modà, Fabrizio Moro ed Ermal Meta. Nei prossimi mesi, Pau sarà in Italia per una serie di date: il 27 luglio a Montecosaro, il 28 a Torricella Peligna, il 4 agosto a Valmontone e infine il 9 settembre a Oschiri.

Abbiamo fatto un’intensa chiacchierata con lui, parlando della sua malattia, dei vent’anni di carriera e del futuro, che secondo lui non esiste. E ci ha anche confidato una grossa rivelazione.

intervista a jarabe de palo

Era il 2015 quando è arrivata la doccia fredda della scoperta della malattia.

Il cancro me lo porterò sempre con me: convivo con lui, ma per fortuna riesco a fare una vita normale. A volte il cancro è pericoloso e non ti lascia vivere così; io – però -mentre faccio la chemio, riesco anche ad andare sul surf o in montagna a fare snowboard.

Quanto ti ha aiutato la musica ad affrontare la malattia?

Non più di tanto. Il cancro – quando è arrivato – si è dovuto abituare alla mia vita da musicista, non sono stato io ad essermi adeguato a lui. Io ho messo le cose in chiaro fin da subito: “Se vieni con me, allora tu devi fare la mia vita”. E questo significa fare il musicista, registrare dischi, fare concerti, viaggiare e via dicendo. Penso che il cancro sia stato contento di questo.

Di recente hai pubblicato una foto ti sottoponi alla chemio in costume da bagno, un’immagine decisamente emblematica di come stai affrontando le cure.

Ti racconto la storia dietro questa foto: avevo parlato con il mio dottore e sapevo che in serata sarebbe arrivata la mia chemio. Devi sapere che a me piace tantissimo la vela, ho anche una piccola barca e quel giorno stavo navigando, quando ad un certo punto mi chiama il medico: “E’ arrivata, vieni che te la somministro”. Sono arrivato in ospedale in costume ed ecco che è nata quella foto.

jarabe de palo malattia

Adesso trascorri molto tempo a Formentera, vero?

Sì e dall’anno prossimo ancora di più. Abbiamo appena festeggiato il compleanno dei Jarabe De Palo, dopo questa celebrazione mi fermo: il 1 di gennaio 2019 Pau Donès smette di fare musica.

Per sempre?

Non lo so, per adesso ho bisogno di smettere e navigare sulla mia barchetta, andare in montagna a fare snowboard e – soprattutto – fare il padre di mia figlia. Non posso dire di lasciare completamente la musica, perché continuerò a prendere le mie lezioni di batteria, di chitarra e continuerò anche a scrivere canzoni. Però non farò più la vita da musicista, voglio fare altro.

E come mai hai scelto proprio quella data per lasciare?

Perché abbiamo ancora tanto lavoro fino a dicembre: quest’anno abbiamo fatto 90 concerti e molti altri devono ancora venire. Abbiamo in programma anche un disco con l’orchestra filarmonica di Costa Rica che uscirà il primo d’ottobre e un libro con i testi delle canzoni che abbiamo scritto. Voglio finire questo anno di lavoro e dopo basta.

Torniamo un po’ indietro al 1996, anno in cui è uscita “La Flaca”. All’epoca in Italia non eravamo ancora così abituati come oggi a sentire delle hit cantate in spagnolo. Ti senti in qualche modo un precursore?

Sono molto onorato di questo, ma credo che la musica – in qualunque lingua venga scritta – sia per tutto il mondo. A me piacciono i Rolling Stones anche se sono spagnolo, oppure mi piace Khaled che è marocchino. Per questo la musica di uno spagnolo può funzionare tranquillamente in Germania o negli Stati Uniti. Il mio rapporto con l’Italia è sempre stato bellissimo ed è sicuramente vero che a quell’epoca il successo de “La Flaca” è stata una sorpresa grandissima.  Come dicevi tu: non c’erano molti artisti spagnoli popolari in Italia, alla fine anche lo stesso Miguel Bosé era italiano.

Citavi prima i Rolling Stones, ma anche i Beatles e Bob Marley sono tra le tue influenze. Mi piacerebbe sapere invece quali sono i tuoi musicisti spagnoli o latini di riferimento.

Tra quelli spagnoli sicuramente Antonio Vega, che è poco conosciuto in Italia ma è un grandissimo compositore.

Quello de “La chica de ayer”?

Esatto, grande! Per il resto, anche Celia Cruz mi ha molto influenzato.

L’anno scorso è uscito “50 Palos”, un album celebrativo che festeggia 20 anni di carriera e i tuoi 50 anni d’età. Com’è nata l’idea di questo disco?

Ho compiuto 50 anni e volevo celebrarli con un disco, un tour e con un libro. Il disco raccoglie tutta la musica che ho scritto durante questo viaggio e volevo che fosse qualcosa di speciale, non semplicemente prendere le canzoni e fare una compilation o un “best of”.

Hai citato anche il libro: com’è stato confrontarti con un altro tipo di scrittura?

La scrittura musicale è poesia e quella del libro è la prosa, sicuramente è diversa. All’inizio avevo un po’ paura, anche perché sono dislessico, ma dopo soli dieci giorni è diventato il mio più grande piacere: mi alzavo alle sei di mattina e cominciavo la giornata scrivendo.

L’Italia è sempre stato un luogo importante per te, sia per il successo artistico hai conquistato, sia perché hai qui tanti amici, penso ad esempio a Kekko dei Modà. Volevo chiederti se c’è invece qualcosa che non ti piace, qualcosa che proprio non sopporti del nostro Paese.

E’ difficile dirlo, perché sono innamorato dell’Italia. Ma se proprio devo trovare qualcosa che non va, lo dico con molto rispetto del popolo italiano, è la corruzione. Già in Spagna abbiamo una corruzione pazzesca, ma so che in Italia succede la stessa cosa.

Forse anche peggio.

Infatti in Spagna abbiamo la stessa mentalità, ma senza pistole.

A proposito dell’Italia, sei in procinto di iniziare una serie di date tra luglio e settembre proprio qui nel nostro Paese. Cosa vuoi dirmi a riguardo?

Abbiamo già fatto quest’anno alcuni concerti a Bologna, in Sicilia e a Venezia e quest’estate ho l’opportunità di fare quattro date nel vostro Paese. Non vedo l’ora, sono innamorato dell’Italia e tornarci d’estate per me è un regalo.

Pensi mai al futuro, Pau?

C’è una frase che risponde con molta chiarezza: “la vita è una”. Il futuro non esiste, chi conosce il futuro? Io domani vengo in Italia, ma non posso sapere cosa succederà. Viviamo adesso e non perdiamo tempo pensando al futuro.

Apprezzo un sacco questo tuo spirito, questa urgenza di vivere. Anche se – come sai – non tutti i malati riescono ad affrontare la malattia come stai facendo tu. Te la senti di dargli un consiglio?

Il mondo in cui viviamo è malato, non siamo noi ad essere malati. Abbiamo un’infermità molto grave che si chiama mancanza di libertà. Il mio consiglio è di vivere ora, come se domani non esistesse. Ed essere felici. Non è questione che io ho un cancro e devo morire presto oppure un’altra persona non ce l’ha e vivrà di più. Tutti noi viviamo in un mondo malato e dobbiamo imparare a curarci.

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