Mezz'ora a cuore aperto con gli Editors

A poche settimane di distanza dalla loro unica data italiana, abbiamo chiacchierato intensamente con il frontman degli Editors, Tom Smith.

Siamo nei primi anni 2000. Davanti a noi, un gruppo di studenti universitari chini sui libri di Music Technology. A casa loro, un po’ di chitarre e altri strumenti, appesi al chiodo. I ragazzi si incontrano, forse durante una lezione o forse al termine di un esame, e scoppia la scintilla.

I pesanti volumi vengono chiusi definitivamente e la tecnologia lasciata in mano ai tecnici: Tom, Russell, Geraint e Chris vogliono fare musica. Tornano a casa, rispolverano gli strumenti e iniziano a chiudersi in una sala prove. Ora Birmingham non è più la cornice degli esami in cui fingere di aver studiato tecnologie musicali, ma è finalmente -per il momento – la cornice dei concerti nei pub. Che sono tanti, tantissimi, sempre di più.

Potrebbe essere riassunta così la prima storia degli Editors, allora Pilot. Un nome che chi abitava nella cittadina inglese in quegli anni ha senz’altro ben in mente. La band è un’antesignana della comunicazione 2.0 e i ragazzi iniziano – anticipando addirittura i Black Eyed Peas di “Where is the love” – a tappezzare le pareti di Stafford con la scritta “Who’s the Pilot?”. Per poi scoprire, solo a cose fatte, che la gente avrebbe benissimo potuto rispondere «Una band scozzese degli anni ’70». E così i Pilot si trasformarono in The Pride e, per l’album di debutto (“The Back Room”, del 2005), finalmente in Editors. Per un periodo pubblicano un disco ogni due anni, ora sono fermi a quota sei: l’ultimo è dell’anno scorso, “Violence”. Presto sarà presentato live anche in Italia: una data unica, il 29 novembre, al Paladozza di Bologna.

È una band strana, quella degli Editors. Che soffre l’appartenenza alla generazione dei nati nei primi anni ’80. Troppo giovani per essere annoverati tra i gruppi classici del pop rock. Troppo “vecchi” per ambire al ruolo di “next big thing” della musica internazionale. In bilico continuo tra il rimpianto di quello che avrebbe potuto essere – e non è stato – e quello che effettivamente è stato. Una situazione però sempre vissuta con coerenza. A partire dalla formazione: il frontman è Tom Smith, presente da sempre, affiancato dal bassista Russell Leetch e dal batterista Ed Lay. Sono arrivati solo nel 2012, invece, il chitarrista Justin Lockey (al posto di Chris Urbanowicz) e il tastierista Elliott Williams. La “canzone indimenticabile” del gruppo è “A Ton of Love”, del 2013. A livello di “guru” assoluti possiamo citare i Joy Division, i R.E.M., gli Echo & The bunnmymen e i gruppi di alternative rock, indie rock, post punk e via dicendo tra la fine dei ’70 e tutti i ’90. Per un parallelismo contemporaneo, invece, ci sono gli Interpol.

E allora l’equilibrio tra il successo popolare e il rock di nicchia può essere anche l’equilibrio tra il genere che esplodeva con Ian Curtis e Michael Stipe, ma che poi si è asciugato con loro. L’equilibrio tra i concerti in palasport sempre gremiti e in stadi che faticano ad arrivare. In una continua cavalcata – che appare disinteressata – verso il successo, animata sempre da un talento cristallino.

A poche settimane di distanza dalla loro unica data italiana, abbiamo chiacchierato per mezz’ora a cuore aperto con il frontman degli Editors, Tom Smith. 

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Pur non parlando mai apertamente di politica, “Violence” è forse il vostro disco più politico. Cos’è oggi la violenza?

Penso che sia una parola con diversi significati, una parola molto pesante, che fa paura. Quando mi sono messo a pensare a come potessimo chiamare il nostro album e quindi a cosa connettesse tra loro le canzoni attraverso un filo rosso, mi sono concentrato su un brano, che era – appunto – “Violence”: questo pezzo parla di come le persone impostano i rapporti tra loro e ho pensato a queste connessioni come ad un modo per fuggire dal mondo e per spegnere il rumore che abbiamo attorno. Le modalità in cui oggi siamo esposti alle notizie, in cui gli avvenimenti ci vengono riportati: questa è violenza, l’impossibilità di sottrarsi, di spegnere. Prima decidevamo di nostra spontanea volontà di dedicare mezz’ora al giorno a conoscere cosa ci accadeva attorno, oggi per colpa di internet e dei telefoni cellulare è un continuo bombardamento. Non è tanto il mondo in sé ad essere più violento, ma è più il modo in cui siamo maggiormente esposti alle nostre paura. Dovremmo disconnetterci, ogni tanto.

Da quello che mi stai dicendo, i media hanno una grossa responsabilità nel contribuire a questa “violenza”. Voi come vi informate?

Mi capita sia di leggere i giornali, che d’informarmi su internet. Ovviamente, ho alcuni giornalisti e canali a cui do più fiducia rispetto ad altri. Ma quello che cerco di fare in generale è di ridimensionare il tutto, dato che ogni notizia – oggi – viene data in maniera così sensazionale: tutti che urlano, esiste solo il bianco e il nero, non c’è spazio per le sfumature. Penso che gli eventi accadano invece in maniera molto più complessa, non si può comprendere a fondo un argomento soltanto urlando, ci sarebbe troppa confusione. Un’altra cosa che che cerco di fare è parlare delle cose che accadono sia con la band, che con gli amici e in famiglia: questo mi aiuta ad avere un’opinione un po’ più equilibrata.

Ascoltando i vostri album in fila da “The Black Room” a “Violence” è facile notare un’evoluzione musicale e sonora. Pensi che questa maturazione sia andata in qualche modo di pari passo anche nei testi?

Non saprei di preciso; non ho mai avuto il pieno controllo dei miei testi, penso piuttosto che siano loro ad avere il controllo su di me. (ride) Parlare dell’evoluzione musicale della band, è sicuramente più semplice: questo è il nostro sesto album e quando inizi ad avere un po’ di storia alle tue spalle, le persone comprendono più facilmente le tue scelte. Non penso di essere invece la persona migliore per valutare l’evoluzione dei testi. Ci sono persone a cui i miei testi non piacciono e questo ovviamente non mi fa piacere. Per chi invece ama la nostra band e ci segue, penso che le nostre parole significhino qualcosa. Cerco sempre di fare in modo che i testi generino qualche tipo di pensiero e di ragionamento nell’ascoltatore. Le persone parlano spesso di quanto la nostra musica sia scura e deprimente e forse mi viene il dubbio che lo sia davvero, ma non penso che ai nostri fan interessi particolarmente quel tipo di esperienza musicale, penso che le persone ascoltino i nostri album o vengano a vedere i nostri spettacoli per sentirsi emotivamente ricompensati. E qualche volta capita di dover entrare in un posto buio per tornare indietro arricchito.

A proposito di questo, i vostri testi sono tutt’altro che semplici e di facile comprensione. Hai mai avuto paura di essere frainteso? 

No, non ho mai avuto questa paura. Penso che questo vada di pari passo con quello che faccio e dopo 15 anni di carriera, sono diventato più sicuro su quello che voglio e su come farlo esattamente, per cui se le persone non lo capiscono, non mi importa nella maniera più assoluta. Non ho bisogno di spiegare quello che faccio: è una canzone, basta. Non ho mai mostrato del tutto quello che c’è sotto al cappuccio, ho sempre mantenuto una certa dose di ambiguità e un senso di mistero, ma se lo faccio significa che è importante. L’ascoltatore può usare la sua immaginazione e al di là del fatto che gli piaccia o meno, questo rende l’esperienza più potente.

C’è un commento al video di “Magazine” su Youtube che dice: “Tom discovered his inner Dave Gahan dancer” (“Tom ha scoperto la sua versione ballerina interiore di Dave Gahan”). Al di là della battuta, quanto ti ispiri effettivamente a Dave Gahan in quel video e più in generale nella tua carriera?

Quando ho iniziato a fare musica e a stare sul palco, Dave Gahan non ha mai avuto una particolare influenza su di me né come performer né come musicista, nonostante tutti noi amiamo da sempre i Depeche Mode. Crescendo – oggi – mi sento più rilassato ed energico sul palco e questo mi permette di notare delle somiglianze con Dave Gahan, ma anche con Micheal Stipe dei R.E.M. o Tim Booth dei James: sono tutte persone che si perdono in quello che fanno e la musica per me è effettivamente qualcosa in cui puoi perderti, emotivamente e fisicamente.

Oggi che vivi a Londra, consideri la città di Birmingham ancora una fonte d’ispirazione per la tua musica?

Nonostante viva – come hai detto – a Londra, quando lavoriamo con la band nel 90% dei casi ci troviamo ancora Birmingham, per questo ho mantenuto una casa anche lì. Penso che la vera ispirazione nel mio caso derivi proprio da questo: il sentimento di tornare alla propria città natale. Ogni membro della band è cresciuto a Birmingham e ama le sensazioni che questo luogo emana. Amo questa città architettonicamente, culturalmente, il fatto che un sacco di persone diverse vivano lì, amo il suo senso dello humor e come tante cose prendano corpo proprio in questa città; del resto è il secondo centro più grande del Regno Unito dopo Londra. Per cui quando vogliamo prendere decisioni importanti o ritrovare la nostra creatività, dobbiamo essere a Birmingham.

Trovi che negli ultimissimi anni la scena rock inglese sia un po’ ferma e stagnante? 

Non ho mai pensato davvero alla scena rock inglese, anche perché non credo ne abbiamo mai avuta davvero una. Quando noi abbiamo iniziato, il panorama era molto diverso. Le persone ascoltavano più un altro tipo di band, quelle con dentro molte chitarre per intenderci, ma non ci è mai importato più di tanto: ci siamo sentiti sempre a nostro agio con quello che abbiamo fatto, pur senza far parte di una determinata scena o senza essere “alla moda”. Questo ci ha permesso di cambiare volto continuamente: adesso siamo una band diversa da quella che eravamo all’inizio, eppure sono riconoscente che siamo venuti fuori proprio in quel momento storico. Le cose cambiano e questo è quello che siamo ora.

Come band vi portate dietro un’aura di mistero sia dentro che fuori della musica. Come vi piace passare il tempo quando non siete in studio o in tour? 

Mi piace stare a casa con la famiglia, portare a scuola i miei figli, tutte cose normalissime insomma. Un’altra cosa che faccio quando ho tempo è proprio scrivere, scrivere canzoni: è qui che concentro le miei energie e la mia concentrazione. E poi mi piace un sacco correre, passo davvero un sacco di tempo a correre perché mi fa bene alla mente, oltre che – ovviamente – al corpo.

Seguendovi da un po’, ho notato che vi sentite a vostro agio sia in contesti più acustici e intimi che in situazioni live decisamente più grosse e complesse.

Sì, hai avuto la giusta impressione. Penso che questo sia riconducibile – come hai detto – a quel senso di mistero e oscurità che la nostra musica emana, unita alla forte carica energica ed elettronica. Quando abbiamo iniziato a scrivere canzoni, lo abbiamo fatto in luoghi più adatti ad un ottica acustica e abbiamo poi sviluppato successivamente l’altro lato. Per cui mi piace distribuire una canzone in acustico, penso che sia anche il modo più naturale per farlo. Anzi, sai che ti dico? Probabilmente un giorno torneremo a lavorare molto di più in acustico.

Sarebbe bello…ricordo per esempio quando siete andati ospiti al programma di Manuel Agnelli, “Ossigeno”: eravate molto a vostro agio.

Sì, c’è qualcosa di unico, delicato e umano nel modo in cui le persone rispondono e si connettono alla sfera acustica. Come musicisti è un luogo che mette paura quello dove ti esponi così tanto, ma allo stesso tempo è molto gratificante. Mi piace.

Che tipo di show vedremo sul palco di Bologna, nella vostra unica data italiana il prossimo 29 novembre?

Faremo ovviamente molte delle canzoni del nuovo album, ma torneremo indietro anche a “The Back Room”, per cui ci sarà anche un po’ di nostalgia nell’aria. (ride)

Vi trovate bene a suonare in Italia?

Sì, è sempre una bellissimo momento. Percepiamo che il pubblico si connette alla musica in maniera molto profonda.

Di recente siete stati ospiti su Rai3 da Manuel Agnelli ad “Ossigeno”. Se non sbaglio, non avete mai collaborato con artisti italiani nella vostra carriera. Lo farete in futuro?

Pensa che tre settimane fa ero a Roma a lavorare proprio con un artista italiano che si chiama Luca D’Alberto, che compone musica classica contemporanea ed è appena uscito con il suo secondo album che s’intitola “Exile”: dovresti ascoltarlo.

Lo farò.

Ti consiglio di iniziare proprio da “Exile”, lo trovo un capolavoro. Luca vive a Roma e ho passato una settimana insieme a lui a scrivere canzoni. Ora come ora, non so cosa faremo di questi pezzi, ma è stato davvero stimolante. Quindi per concludere sì, può darsi che nel prossimo futuro sentirete parlare della nostra prima collaborazione con un artista italiano.

Oltre al programma di Manuel Agnelli, nel lontano 2013 siete stati ospiti anche all’edizione italiana di XFactor. Eppure, riguardando la performance e le interviste, sembravate molto a disagio.

E’ stato strano e ho scoperto di non aver niente a che far con quel tipo di televisione. Non sono mai stato Freddy Mercury: adoro scrivere e suonare, ma non mi piace fare lo showman o parlare di fronte ad una telecamera. Cantare è diverso, anche perché lo abbiamo fatto talmente tante volte anche in tv, che oramai ci siamo abituati. Comunque, tornando a quell’esperienza, ero completamente a disagio, mi sentivo un alieno.

Dei talent – in generale – che opinione hai?

Non è il mio mondo, non ci spenderei del tempo. La mia impressione è che molti – soprattutto i più giovani – prendano parte a questo tipo di show senza sapere cosa vogliano effettivamente fare. Le persone vogliono essere in tv, vogliono essere delle star, senza aver nulla da dire. Sembra che perdere ad un format come questo sia la fine del mondo, ma non è così: vorrei dirvi che ci sono modi molto diversi per arrivare esattamente a quello che desiderate. Penso che i talent abbiano tutti gli elementi del freakshow, del circo, e trovo tutto questo molto disturbante. Non è roba per me.

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