Da alcune settimane nei supermercati italiani è diventato più difficile trovare insalate e pomodori. Grandi catene della distribuzione come Esselunga e Coop hanno segnalato ai clienti temporanee riduzioni nella disponibilità di questi prodotti; solo per le insalate miste e monocultivar, le prime due settimane di settembre hanno registrato un calo del 19% rispetto al 2025. Il fenomeno, legato alle temperature sopra la media stagionale di luglio e agosto, si concentra sulle verdure più delicate, lasciando invece invariate le scorte di carote, zucchine, patate, cipolle e frutta.
Le ondate di calore hanno ritardato i cicli di coltivazione e aumentato la quota di scarto nei campi e nelle serre. I grandi produttori confermano il trend in tutta Italia: OrtoRomi segnala cali di resa tra il 15 e il 20% per le insalate in serra, come rucola e lattughino, e fino al 25% per quelle in campo aperto – lattuga, iceberg, riccia, scarola, radicchio –. Per Bonduelle, le perdite arrivano in certi casi al 40%, delineando un fenomeno eccezionale ma destinato a ripetersi.
Un trend strutturale tra “effetto frusta” e rincari
L’impatto del clima non è passeggero: l’aumento delle temperature e la diminuzione delle precipitazioni stanno modificando in modo strutturale la resa agricola. Come evidenziato da Unaproa, se dieci anni fa si raccoglieva il 95% di quanto seminato, oggi si scende all’80%. I dati Istat confermano tra il 2019 e il 2023 un calo del 10,5% nella produzione di insalata.
La criticità principale risiede nell’incertezza dei raccolti dovuta agli eventi climatici estremi, un andamento definito “stocastico” (ovvero imprevedibile). Questa variabilità genera un “effetto frusta”: cali dell’offerta anche contenuti (15-20%) provocano forti oscillazioni nei prezzi e contrazioni della domanda. Se finora l’impatto sui consumatori è stato contenuto, i dati della Borsa merci telematica italiana mostrano impennate nei prezzi all’ingrosso: la lattuga cappuccio registra quasi l’80% in più rispetto allo scorso anno, i pomodori ciliegini oltre il 60%, i pomodori cuore di bue il doppio e il radicchio rosso quasi il triplo. Rincari che a breve potrebbero trasferirsi sui prezzi al dettaglio.
Dalle soluzioni immediate all’agricoltura predittiva
Per contrastare l’impatto del clima servono interventi sia a valle, tramite l’assorbimento parziale dei margini da parte della grande distribuzione organizzata, sia a monte, con adattamenti strutturali nella produzione. Come sottolineato da DSS+ Consulting, accanto a interventi immediati (come reti antigrandine, serre ombreggiate e invasi idrici), sono necessari investimenti tecnologici per migliorare la trattenuta d’acqua nel terreno, l’adozione di varietà resistenti alla siccità e la rilocalizzazione delle colture in aree dal microclima più favorevole.
In questo scenario sta emergendo la nuova agricoltura predittiva, un modello che incrocia sensori di umidità, dati meteorologici, immagini satellitari e analisi del suolo per stimare in anticipo le condizioni di coltivazione e pianificare semina, irrigazione e approvvigionamenti. Tuttavia, integrare il rischio climatico nelle decisioni industriali rimane complesso in Italia, dove l’agricoltura è guidata per il 93,5% da imprese a conduzione familiare con piccole superfici e un’età media elevata, rendendo il settore meno pronto a investimenti a lungo termine rispetto ad altri paesi europei.