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Come fanno i ristoranti a farci spendere di più? Occhio ai menù

Togliere il simbolo dell’euro può ridurre il “dolore di pagare”: ecco come i ristoranti costruiscono i menù.

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Stefania Cicirello

Stefania Cicirello

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Content writer, video editor e fotografa, ha conseguito un Master in Digital & Social Media Marketing. Scrive articoli in ottica SEO e realizza contenuti per social media, con focus su Costume & Società, Moda e Bellezza.

Quando ci sediamo al ristorante, pensiamo di scegliere in modo libero: guardiamo il menù, confrontiamo i piatti, valutiamo i prezzi e decidiamo. In realtà, spesso il menù è costruito proprio per orientare quella decisione. Non sempre in modo scorretto, ma sicuramente in modo strategico. Dalla posizione dei piatti alle parole usate nelle descrizioni, fino al modo in cui vengono scritti i prezzi, ogni dettaglio può influenzare quanto siamo disposti a spendere.

Uno degli esempi più citati riguarda il simbolo della valuta. Secondo studi sul comportamento dei consumatori, togliere il simbolo dell’euro o del dollaro dal menù può portare i clienti a spendere di più, in alcuni casi anche intorno all’8%. Il motivo è legato al cosiddetto “dolore di pagare”: vedere il simbolo della moneta rende più evidente l’idea dell’uscita di denaro. Un semplice “18” può sembrare meno pesante di “18 €”, anche se il prezzo è identico.

Il prezzo si vede, ma si deve “sentire” meno

Molti ristoranti, soprattutto quelli con prezzi più alti, scelgono infatti menù puliti, essenziali, senza simboli troppo evidenti. Il prezzo resta lì, ma viene percepito in modo meno aggressivo. A volte viene scritto con caratteri più piccoli, senza colonna allineata a destra, così l’occhio non corre subito a confrontare i costi.

Anche l’impaginazione conta. Se tutti i prezzi sono uno sotto l’altro, il cliente tende a scegliere confrontando solo quello. Se invece il prezzo è integrato nella descrizione del piatto, la decisione passa più facilmente dal “quanto costa?” al “quanto mi attira?”.

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Descrizioni, piatti civetta e parole evocative

Un altro trucco molto usato riguarda le descrizioni. Un piatto presentato come “pasta al pomodoro” comunica poco. Se però diventa “spaghetto trafilato al bronzo con salsa di datterini e basilico fresco”, il valore percepito cambia. Non è detto che il costo reale sia molto diverso, ma l’esperienza sembra più curata.

Poi ci sono i piatti civetta, spesso molto costosi, inseriti per rendere gli altri prezzi più accettabili. Se nel menù compare una portata da 48 euro, un piatto da 26 può sembrare quasi ragionevole. È un meccanismo di confronto: non valutiamo il prezzo in assoluto, ma rispetto a ciò che vediamo vicino.

Il menù guida lo sguardo

Anche la posizione dei piatti può influenzare la scelta. Alcune voci vengono messe in alto, in riquadri o in punti più visibili perché sono più redditizie per il locale. Altre vengono descritte con parole che richiamano tradizione, territorio o ricordi familiari: “della nonna”, “artigianale”, “di stagione”, “fatto in casa”.

Il cliente non viene obbligato a scegliere, ma viene accompagnato. E spesso, senza accorgersene, finisce per ordinare qualcosa di più caro, aggiungere un antipasto o scegliere un vino leggermente sopra il budget iniziale.

Il modo migliore per non farsi trascinare è semplice: decidere prima quanto si vuole spendere, leggere tutto il menù senza fermarsi alle voci più evidenziate e controllare sempre se coperto, acqua, servizio o extra sono indicati chiaramente. Perché al ristorante il conto inizia molto prima di arrivare alla cassa… e spesso comincia già dalla grafica del menù.

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