Le spugne da cucina rilasciano microplastiche mentre lavi i piatti: la minaccia per la salute

Le comuni spugne da cucina rilasciano particelle invisibili durante l’uso. E i numeri sorprendono

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Alessia Malorgio

Alessia Malorgio

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Ogni giorno, in ogni cucina, si compie un gesto automatico: lavare i piatti. Un’azione semplice, ripetuta più volte, apparentemente innocua. Eppure proprio durante questo momento si verifica un processo invisibile che oggi la ricerca scientifica sta iniziando a quantificare: il rilascio di microplastiche dalle spugne da cucina.

Uno studio guidato dall’Università di Bonn e pubblicato sulla rivista Environmental Advances ha analizzato il comportamento delle comuni spugne durante l’uso quotidiano, combinando test di laboratorio e dati raccolti in contesti domestici reali. Il risultato è chiaro: ogni utilizzo comporta un rilascio di particelle plastiche microscopiche.

Quante microplastiche rilasciamo ogni anno

Il dato più rilevante riguarda la quantità. Secondo i ricercatori, una singola persona può contribuire al rilascio di una quantità compresa tra 0,68 e 4,21 grammi di microplastiche all’anno, semplicemente utilizzando le spugne per lavare stoviglie e superfici.

Il valore varia in base alla composizione del materiale e più alta è la percentuale di plastica presente nella spugna, maggiore è il rilascio nel tempo. In uno dei casi analizzati, una spugna con il 59,3% di plastica in peso ha generato un impatto significativamente superiore rispetto a una versione con il 15,9%.

Se il dato individuale può sembrare contenuto, la scala cambia completamente quando si osserva il fenomeno a livello collettivo. In un Paese come la Germania, lo studio stima fino a 355 tonnellate di microplastiche rilasciate ogni anno solo attraverso l’uso domestico delle spugne.

Il meccanismo invisibile durante il lavaggio

Il rilascio avviene durante lo sfregamento. Ogni volta che la spugna entra in contatto con piatti, pentole o superfici, il materiale si consuma. Non è necessario un deterioramento visibile: anche una spugna apparentemente integra perde microframmenti.

Queste particelle, invisibili a occhio nudo, finiscono nell’acqua di scarico e contribuiscono all’accumulo di microplastiche nell’ambiente. Lo studio non misura direttamente il passaggio sui piatti o negli alimenti, ma evidenzia che il rilascio avviene proprio nel momento del contatto con le superfici che utilizziamo per mangiare.

Microplastiche: dove si trovano e perché preoccupano

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, queste particelle sono ormai rilevabili nell’acqua potabile, negli alimenti e nell’aria. L’esposizione umana avviene principalmente attraverso ingestione e inalazione.

Negli ultimi anni, diversi studi hanno documentato la presenza di microplastiche nel sangue umano, nei fluidi riproduttivi e in vari tessuti, inclusa la placenta. Le ricerche suggeriscono possibili effetti biologici, tra cui processi infiammatori, stress cellulare e danni ai tessuti osservati in modelli sperimentali. Non esiste ancora un consenso definitivo sugli effetti a lungo termine, ma il quadro è chiaro: l’esposizione è diffusa e continua ad aumentare.

Il ruolo dei materiali: non tutte le spugne sono uguali

Abbiamo detto che le spugne con una minore percentuale di plastica mostrano un impatto inferiore sia in termini di rilascio sia di danno ambientale. Questo significa che la scelta del materiale incide direttamente sulla quantità di particelle disperse. Sebbene risulti difficile eliminare completamente il problema, è sicuramente possibile ridurlo scegliendo materiali con una componente plastica più bassa. Materiali, frequenza di sostituzione e attenzione all’usura sono piccoli interventi su un oggetto apparentemente banale ma che possono contribuire a limitare un fenomeno globale.

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