Negli ultimi giorni il Sole ha deciso di farsi notare. E non nel modo rassicurante delle immagini patinate della NASA, ma con una violenza improvvisa che ha rimesso al centro dell’attenzione un tema spesso sottovalutato: il meteo spaziale. A far scattare l’allerta è una gigantesca macchia solare, catalogata come AR 4366, comparsa rapidamente sulla superficie della nostra stella e diventata, nel giro di poche ore, una delle regioni più instabili e monitorate dagli scienziati.
Le sue dimensioni sono impressionanti: circa la metà di quella responsabile del celebre Evento di Carrington del 1859, la tempesta solare più potente mai documentata in epoca moderna. Ma ciò che preoccupa maggiormente è il suo comportamento. In appena 24 ore, questa regione attiva ha prodotto decine di brillamenti, inclusi eventi estremamente energetici di Classe X, la categoria più potente nella scala delle eruzioni solari.
- Sta per arrivare una tempesta geomagnetica anche da noi?
- Perché gli scienziati temono un altro Evento di Carrington
Sta per arrivare una tempesta geomagnetica anche da noi?
Tra questi spicca un brillamento X 8.1, registrato nella notte tra l’1 e il 2 febbraio dal Solar Dynamics Observatory della NASA, seguito poche ore dopo da un altro evento di Classe X. Fenomeni di questo tipo rilasciano enormi quantità di energia sotto forma di radiazioni e, in alcuni casi, possono essere accompagnati da espulsioni di massa coronale (CME): vere e proprie “nuvole” di plasma solare scagliate nello spazio a milioni di chilometri orari.
Il punto critico è proprio questo: se una CME è diretta verso la Terra, può interagire con la nostra magnetosfera e innescare tempeste geomagnetiche. Nelle ultime ore, alcune delle eruzioni associate ad AR 4366 hanno già causato blackout radio su vaste aree dell’Africa, del Medio Oriente, dell’Asia meridionale e dell’Oceania, a causa dell’intensa tempesta di radiazioni solari che ha disturbato l’ionosfera.
La posizione della macchia rende la situazione ancora più delicata. Attualmente AR 4366 si trova in una zona del disco solare che, ruotando, la porterà a puntare direttamente verso la Terra. È in questa fase che il rischio aumenta: nuovi brillamenti di Classe X o anche di Classe M, se accompagnati da CME ben direzionate, potrebbero generare tempeste geomagnetiche G4 o addirittura G5, il livello più alto nella scala di intensità.
Perché gli scienziati temono un altro Evento di Carrington
Per capire perché gli scienziati parlano con tanta cautela, basta tornare indietro al 1859. Durante l’Evento di Carrington, una tempesta solare estremamente violenta fece letteralmente prendere fuoco ai telegrafi e provocò scosse elettriche agli operatori. Alcuni sistemi continuarono a funzionare anche senza alimentazione, alimentati dalle correnti indotte nell’atmosfera terrestre. Oggi, in un mondo iperconnesso e dipendente da satelliti, reti elettriche e GPS, un evento simile avrebbe conseguenze molto più gravi: satelliti danneggiati, blackout elettrici su larga scala, interruzioni di internet e delle comunicazioni. Secondo gli scenari più pessimisti, il ripristino potrebbe richiedere settimane o mesi.
Non è un caso che l’attività di AR 4366 venga seguita minuto per minuto da centri di monitoraggio internazionali e da portali specializzati come SpaceWeatherLive. Il meteo spaziale, spesso relegato a curiosità scientifica, è in realtà una variabile concreta anche per missioni in corso e imminenti. In questi giorni, ad esempio, si stanno valutando con attenzione i possibili effetti delle tempeste solari su satelliti e veicoli spaziali, inclusi quelli coinvolti nelle missioni lunari del programma Artemis. Tempeste intense possono aumentare la densità dell’atmosfera superiore, facendo perdere quota ai satelliti: è già successo in passato, anche con alcuni satelliti della costellazione Starlink.
Ma non tutto ciò che arriva dal Sole è solo motivo di preoccupazione. Le stesse interazioni che possono creare disagi tecnologici sono anche responsabili di uno degli spettacoli naturali più affascinanti: le aurore polari. Quando il plasma solare entra in contatto con il campo magnetico terrestre, le particelle cariche eccitano gli atomi dell’alta atmosfera, dando origine a scie luminose verdi, rosse e violacee. In casi di tempeste molto forti, con indice Kp pari o superiore a 7, le aurore possono spingersi a latitudini insolite, arrivando persino a essere visibili dall’Italia, come accaduto recentemente.