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Il sangue di un ottantenne è ringiovanito di 60 anni: ecco cosa è successo in laboratorio

Ringiovanire di 60 anni? In laboratorio è successo alle cellule prelevate da un ottantenne. La ricerca potrebbe aiutare a studiare l'Alzheimer.

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Giuseppe Guarino

Giuseppe Guarino

Giornalista

Ph(D) in Diritto Comparato e processi di integrazione e attivo nel campo della ricerca, in particolare sulla Storia contemporanea di America Latina e Spagna. Collabora con numerose testate ed è presidente dell'Associazione Culturale "La Biblioteca del Sannio".

Il sangue di un ottantenne che, almeno in laboratorio, sembra essere riuscito tornare indietro di sessant’anni: è il risultato sorprendente di un esperimento scientifico che sta facendo discutere non poco. Anche perché propone un’immagine quasi da fantascienza, capace di evocare il sogno di fermare le lancette dell’orologio biologico. E c’è chi già sogna l’elisir dell’eterna giovinezza. Ma che cosa è accaduto davvero tra provette e microscopi? E quanto c’è di concreto dietro un risultato che sembra sfidare il passare del tempo?

Il sorprendente esperimento degli scienziati tedeschi: cosa è successo davvero

Andiamo con ordine e partiamo con il dire che non è avvenuta nessuna trasfusione miracolosa e non è stato trovato nessun elisir di lunga vita. Tutto è cominciato da un prelievo di sangue, utilizzato dai ricercatori dell’Università di Bonn, in Germania, per un esperimento di riprogrammazione cellulare. Lo studio, pubblicato nell’ottobre 2026 sulla rivista scientifica Aging Cell, ha coinvolto campioni di donatori fino a 101 anni di età.

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Gli scienziati hanno isolato le cellule progenitrici destinate a produrre globuli rossi e, grazie a due proteine chiamate SOX2 e cMYC, ne hanno cambiato il destino. Le cellule sono state convertite in cellule staminali neurali indotte, capaci di dare origine anche a neuroni. Ma la sorpresa più grande è arrivata osservando la loro età biologica.

Durante la trasformazione, le cellule non si sono limitate a cambiare funzione: hanno mostrato anche marcatori molecolari tipici di cellule molto più giovani. Per scoprirlo, i ricercatori hanno utilizzato gli orologi epigenetici, strumenti che stimano l’età cellulare attraverso modificazioni chimiche del DNA, come la metilazione.

Il dato più clamoroso? In cellule ricavate da un donatore ottantenne, l’età epigenetica stimata è scesa sotto i vent’anni: oltre sessant’anni in meno rispetto all’età anagrafica di partenza. Nelle colture più avanzate, la stima è arrivata al 5% dell’età originaria.

Non significa, però, che il sangue dell’ottantenne sia ringiovanito nel suo organismo: il fenomeno è stato osservato esclusivamente in cellule coltivate in laboratorio.

Una nuova speranza contro l’Alzheimer? Cosa cambia davvero

C’è un altro particolare che rende la ricerca interessante: il processo non è stato immediato. Gli studiosi hanno seguito le cellule per oltre cento giorni, registrando la loro metamorfosi.

I primi segnali della nuova identità neurale sono comparsi quando la riprogrammazione era ancora incompleta. Nelle settimane successive, i geni hanno continuato a modificare la propria attività e gli indicatori dell’età sono cambiati ulteriormente.

Acquisire una nuova identità e perdere le tracce molecolari dell’invecchiamento sono dunque due fenomeni collegati, ma non avanzano necessariamente alla stessa velocità. Questa gradualità permette agli scienziati di osservare come le cellule possano riscrivere parte della propria storia biologica.

A che cosa potrebbe servire una scoperta simile? Innanzitutto a studiare il cervello e il suo invecchiamento. Ottenere cellule neurali da un prelievo di sangue offre ai laboratori nuovi modelli per analizzare i meccanismi che accompagnano malattie neurodegenerative come l’Alzheimer, il cui principale fattore di rischio è l’età avanzata.

La ricerca potrebbe contribuire anche allo sviluppo della medicina rigenerativa, ma occorre distinguere le prospettive dalle cure disponibili.

Non è stato ringiovanito un essere umano, né dimostrato che sia possibile allungare la vita di sessant’anni. Un’età epigenetica più bassa non garantisce neppure che tutte le funzioni cellulari siano tornate giovani.

Il vero traguardo, per ora, è aver dimostrato quanto alcuni segni molecolari del tempo possano essere modificati. Una scoperta che apre nuove strade alla ricerca sull’invecchiamento.

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