Glenn Hughes in esclusiva: "La musica mi ha salvato la vita"

A pochi giorni da due imperdibili live nel nostro Paese, la leggenda dei Deep Purple si racconta in esclusiva in questa intervista.

Non c’è bisogno di presentazioni quando si parla di Glenn Hughes: Trapeze, Deep Purple, Black Sabbath. Ha militato nelle band rock più famose del pianeta.

E questo ovviamente non è un caso, perché Glenn Hughes ha un talento straordinario  fin da giovanissimo, quando ancora frequentava la scuola e impugnava gli strumenti musicali – in particolare quelli a corde – come fossero il naturale prolungamento del suo braccio. La sua ascesa è stata estremamente rapida: vent’anni era già il frontman dei Trapeze – il primo gruppo che ha contribuito a fondare – dove ricopriva il ruolo di bassista e cantante. La loro corsa verso le stelle è stata follemente rapida: nel 1969 avevano un pubblico composto da una manciata di persone nei bar di Bristol. Tre anni dopo, riempivano sale concerto con decine di migliaia di persone in delirio.

Tra il pubblico dei Trapeze c’erano anche i Deep Purple. Era da un po’ (o almeno così dicono gli esperti) che quella che all’epoca era una delle band più grandi del pianeta teneva d’occhio Glenn Hughes. “Non avevo idea che questi ragazzi mi stessero corteggiando”, confessa lo stesso Glenn. Lasciati i Trapeze, Glenn ha iniziato a suonare con i Deep Purple: l’avventura non durò moltissimo, giusto gli anni d’oro dei Purple, dato che i crescenti problemi di alcol e droga dei membri della band ne hanno segnato la prematura fine nel 1976. Eppure, l’ingresso di Glenn Hughes nei Deep Purple è stato determinante per lo stile e il sound della band. Dal 1986 – per non farsi mancare  nulla – ha fatto parte anche dei Black Sabbath.

Glenn Hughes ha vissuto questo periodo con l’impetuosità di una stella cadente. Se non fosse stato per un infarto – che lo ha colto nel 1991 – non avrebbe mai rallentato la sua carriera e – forse – si sarebbe schiantato sul serio. E, ironia della sorte, è stato proprio quello a salvargli la vita. Parallelamente al lavoro da solista, Hughes ha portato avanti diverse collaborazioni prestigiose nel corso degli anni. Nel 2010 è entrato a far parte di uno dei gruppi migliori che si siano mai visti in circolazione: i Black Country Communion. Oltre a lui, erano presenti anche Derek Sherinjan, l’ex tastierista dei Dream Theater, il chitarrista Joe Bonamassa, Jason Bonham, figlio del chitarrista dei Led Zeppelin. Nel 2013, è terminata anche l’esperienza con questo gruppo. Nel 2014, continua la sua avventura musicale con i California Breed.

In occasione del ritorno in Italia della leggenda dei Deep Purple, più precisamente il 9 novembre al Pala Phenomenon di Fontaneto D’Agogna e il 10 al Druso di Bergamo, abbiamo chiacchierato un po’ con lui.

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Mentre molti dei tuoi colleghi che hanno preso parte alla storia della musica, si stanno rilassando, tu sei sempre in movimento: tra tour, scrittura, registrazioni, sembra che tu non voglia proprio rallentare. Qual è il segreto di questa tua urgenza artistica?

Beh, credo che il segreto risieda nel fatto che ho molta musica dentro di me e non ero così attivo neanche negli anni ’80, quindi penso che sia ora di fare il più possibile con la mia musica. È la vera ragione per cui mi alzo la mattina, quella attraverso cui riesco a trasmettere un messaggio di amore e pace. Cerco di dormire bene, di mangiare bene, non bevo né mi drogo: tutto questo mi aiuta a rimanere fresco e pieno di vita.

In questo senso, quanto è importante l’esperienza con i Black Country Communion? Avete tutti età e background diversi, seppur a livelli stratosferici.

Lavoriamo bene insieme. Conosco Jason da quando aveva circa 4 anni, ma non percepisco più di tanto il gap d’età. Con Joe siamo molto amici e il fatto che io sia più vecchio non importa, non è un problema. Pensa che a volte mi sento il membro più giovane della band.

Parliamo un po’ di “Rock Against Trafficking”, il tuo altro grande progetto, che fonde la tua passione per la musica con un intento decisamente benefico.

Volentieri.

Quello della tratta degli esseri umani non sembra essere un problema così sentito nel mondo occidentale, è per questo che è ancora più importante sensibilizzare in merito?

Sì, i numeri e le cifre sono scioccanti, ed è ora che le persone aprano gli occhi sugli abusi che colpiscono giovani persone innocenti.

Restando sempre in tema attualità, che idea hai di Donald Trump?

Cerco di stare fuori dalla politica perché sento che la musica è un luogo in cui le persone possono fuggire. Spetta a ciascun individuo di trovare le proprie convinzioni. Ad ogni modo, non mi piacciono le sue politiche e il suo approccio alle cose.

Il rock di oggi – secondo te – ha ancora una forte matrice politica?

In alcuni casi singoli capita, ma non come in passato. Non c’è proprio un grande messaggio di fondo, nella musica di oggi. Comunque – se devo essere onesto – non ho molta familiarità con la musica moderna.

C’è almeno una band di giovani nella quale individui un certo talento?

I Rival Sons sono una gran bella band. Non sono vecchi, né giovani, ma sono sicuramente molto anni ’70 nel loro approccio e nello stile.

David Bowie ha vissuto a casa tua per un periodo, lo stesso in cui ha scritto “Station To Station”. Tutti ti chiedono in che modo David abbia influenzato il tuo stile, invece io vorrei chiederti se ritrovi qualcosa di tuo in quell’album?

È difficile da dire, dopotutto Bowie era un trendsetter, una vera icona. Raccoglieva influenze subliminali da tutto ciò che lo circondava, quindi chissà se ha raccolto qualcosa anche da me. So che gli piaceva molto la canzone “Hold On”, che io cantavo e suonavo sempre con lui, quindi qualcosa potrebbe aver pescato lì dentro, in qualche modo.

I tuoi genitori ti hanno chiamato Glenn in onore di Glenn Miller, ignorando che proprio la tua voce sarebbe stata un ponte tra il rock e altri generi più vicini al jazz, come il rythm’n’blues e il soul. Qual è il segreto dell’adattamento della tua voce, per cui dove la metti sta?

È versatile a causa della vasta gamma di timbri e tonalità diverse. Significa che posso cantare soul, blues, gospel, rock, jazz, ballate: mi viene da rilassarmi su qualsiasi stile ho voglia di cantare.

Il 9 e 10 novembre sarai qui in Italia per due date in cui suonerai i grandi successi dei Deep Purple, per cui vorrei tornare un attimo indietro a quel periodo, prima di concludere.

Con piacere.

Il 1976 è stato l’anno di scioglimento della band e tu l’hai vissuto sulla tua pelle. Quali sono state le vere ragioni che hanno portato alla divisione?

Ci sono molte ragioni nascoste, sulle quali non voglio entrare, ma evidente Tommy era in una brutta situazione, e lo ero anche io. Stava diventando troppo pazzo per i soldi, le droghe, le donne e troppo poco per il rock and roll.

Esiste materiale dei Deep Purple che non abbiamo mai ascoltato?

Ci potrebbero essere alcune tracce su dei rotoli di nastro da qualche parte, ma nulla di veramente determinante. Tra questi ci dev’essere una versione di “Dealer” con la mia voce, che era stata persa per qualche motivo. Alla fine è stata cantata da David Coverdale, ma ti rivelo che all’inizio doveva essere una traccia cantata da me, come “Holy Man”.

Che effetto ti ha fatto – due anni fa – entrare nella Rock and Roll Hall of Fame?

Mi ha reso molto orgoglioso: un vero onore, mi sento benedetto.

Non tutti sanno che all’inizio degli anni settanta, in piena era Deep Purple, hai vissuto a Roma, più precisamente a Piazza Navona. Oggi torni spesso in Italia, mi piacerebbe dunque chiederti se trovi che il nostro Paese sia invecchiato bene.

L’Italia è un paese straordinario: bella gente, moda, architettura, cultura, cibo e naturalmente la grande musica e l’opera! Amo l’Italia e i suoi abitanti, la trovo invecchiata magnificamente, una miscela perfetta di patrimonio e modernismo.

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