Nelle ultime settimane si è diffusa una teoria che ha riacceso il dibattito mescolando equazioni, Bibbia e cosmologia moderna. A rilanciarla è stato Michael Guillén, ex fisico formatosi ad Harvard e noto divulgatore scientifico, secondo cui la “dimora di Dio” si troverebbe oltre un confine ben preciso dell’universo osservabile, a una distanza di circa 439 trilioni di chilometri dalla Terra.
Un’affermazione che colpisce l’immaginazione, ma che richiede molta cautela. Perché, se è vero che Guillén utilizza concetti reali dell’astrofisica contemporanea, è altrettanto vero che la conclusione a cui arriva non rientra nel perimetro della scienza accademica.
- Il limite dell’universo che possiamo vedere
- Quando fisica e sacro si incontrano
- Perché la comunità scientifica è scettica
Il limite dell’universo che possiamo vedere
Il punto di partenza della teoria è un concetto fondamentale della cosmologia: l’orizzonte cosmico, noto anche come orizzonte dell’universo osservabile. L’universo è in continua espansione e, di conseguenza, esiste un limite oltre il quale la luce degli oggetti non ha ancora avuto il tempo di raggiungerci.
Questo non significa che lì “finisca” l’universo. Significa semplicemente che, da quella regione, non possiamo ricevere informazioni. È un confine osservativo, non una barriera fisica. La sua esistenza è una conseguenza diretta della Legge di Hubble, secondo cui più una galassia è lontana, più velocemente si allontana da noi.
Guillén spinge questo ragionamento all’estremo: a distanze enormi, lo spazio stesso si espande a una velocità tale da impedire alla luce di arrivare fino alla Terra. È oltre questo limite che lo scienziato colloca simbolicamente il Paradiso.
Quando fisica e sacro si incontrano
Secondo Guillén, l’orizzonte cosmico rappresenterebbe una regione in cui il tempo, dal nostro punto di vista, sembra rallentare fino quasi a fermarsi. Un’idea che trae ispirazione dalla Relatività Generale di Albert Einstein e dagli effetti del redshift cosmologico: la luce proveniente da oggetti lontanissimi appare sempre più “stirata” e rallentata.
In questo scenario, Guillén identifica un’analogia con il concetto biblico di eternità: un luogo senza passato né futuro, ma immerso in un “presente eterno”. Da qui il salto concettuale: se il tempo non scorre, quello potrebbe essere il posto ideale per un’entità immortale e immateriale come Dio. Il fascino di questa interpretazione è evidente. Ma è proprio in questo passaggio che la scienza si ferma e lascia spazio alla filosofia.
Perché la comunità scientifica è scettica
Il primo problema è concettuale: l’orizzonte cosmico non è un luogo fisso nello spazio. Dipende dall’osservatore. Ogni punto dell’universo ha il proprio orizzonte. In altre parole, ciò che per noi è un limite, per qualcun altro non lo è affatto.
C’è poi un fraintendimento sul tempo. È vero che, osservando da lontano, certi eventi sembrano rallentare drasticamente. Ma questo non significa che, “là”, il tempo si sia fermato davvero. Per un ipotetico osservatore in quella regione, il tempo scorrerebbe normalmente.
Infine, non esiste alcuna parete cosmica o confine fisico oltre il quale si possa “abitare”. L’orizzonte è simile all’orizzonte marino: sembra un limite reale, ma più ci si avvicina, più si sposta in avanti.
Pensare al Paradiso come a una coordinata geografica dell’universo equivale, secondo molti fisici, a confondere un limite percettivo con una destinazione reale. Questo non significa che la riflessione di Guillén sia inutile o priva di valore. Al contrario, mette in luce quanto il nostro rapporto con l’universo sia ancora carico di domande irrisolte. La cosmologia moderna ha mostrato che tempo e spazio non sono assoluti, ma dipendono dal punto di osservazione. Ed è proprio in queste zone di confine che spesso nascono le interpretazioni più affascinanti.