Intervista ad Aloe Blacc: "Vi racconto come è nata Wake Me Up"

Aloe Blacc torna a comporre nuova musica: è uscito infatti "Brooklyn in the summer", che precede un album. La nostra intervista in esclusiva.

Per niente facile è toccare certe corde profonde servendosi solo delle vibes della propria voce e ancora meno lo è farlo attraverso una linea telefonica che attraversa l’Oceano e più di un continente. Eppure, parlare al telefono con Aloe Blacc, è un emozione indescrivibile. Tono posato, tranquillo, ma allo stesso tempo convinto, Egbert Nathaniel Dawkins III (questo il nome registrato all’anagrafe) ha scelto di tornare a parlare per la prima volta dopo la morte di Avicii.

Statunitense nato da genitori panamensi, Blacc si è imposto sulla scena musicale con grazia e garbo, senza spettacolarizzazioni, ostentazioni o comportamenti sopra le righe (cose che –  diciamocelo – vanno particolarmente di moda tra gli artisti di oggi). Insomma, Aloe Blacc è un musicista d’altri tempi, una di quelle perle rare difficili da reperire e che per questo sono ancora più preziose. Il cantante ha iniziato a muovere i primi passi nel mondo della musica come rapper nel 1995 all’interno del gruppo Emanon – con i quali ha realizzato ben 8 album – e soltanto nel 2006 ha iniziato una carriera solista, durante la quale ha realizzato invece quattro album (l’ultimo nel 2014). Soul, jazz, pop, rock: è impossibile ingabbiare Aloe Blacc in un solo stile, appiccicargli addosso un’etichetta che gli starebbe sicuramente troppo  stretta.

Nel corso della sua carriera, Aloe Blacc è famoso in tutto il mondo per la lunga e profonda collaborazione con un grande della musica: stiamo parlando di Avicii, il dj e producer scomparso recentemente a soli 28 anni. Aloe Blacc – come del resto un po’ tutti – è rimasto profondamente sconvolto dal decesso del collega e amico, tanto che questa è la prima intervista concessa da quel momento.

Nel 2013 Avicii e Aloe Blacc hanno collaborato insieme nel brano “Wake Me Up”, ossia quello che è considerato il più grande successo dell’artista svedese, nonché una delle più grandi hit di tutti i tempi. “E allora svegliami quando sarà tutto finito, quando sarò più saggio e sarò più vecchio”, cantava Blacc con il suo riconoscibile  tono soul, sulle note composte dal giovane DJ. E adesso, a soli due mesi dalla scomparsa dell’amico, il cantante sembra pronto a rialzarsi e a parlare non solo del rapporto professionale che lo ha legato ad Avicii, ma anche dei suoi nuovi progetti. Aloe Blacc, infatti, ha recentemente pubblicato un nuovo singolo, “Brooklyn In The Summer”. Ecco la nostra chiacchierata con Aloe Blacc, in esclusiva su Supereva.

aloe blacc intervistato da supereva

“Ricordo che ci siamo seduti al freddo”: inizia così il tuo nuovo singolo che però si intitola ‘Brooklyn In The Summer’. “Freddo”, “estate” …perché Brooklyn ti provoca questa dicotomia sensitiva?

La canzone parla dei rapporti ed è per questo che comincia ricordando le relazioni passate, che sono plasmate contemporaneamente da momenti più dolorosi e da periodi più piacevoli. Dire “ricordo che ci siamo seduti al freddo” è semplicemente un modo per dire “ricordo quando eravamo troppo poveri”, ma comunque sì: la canzone parla proprio di questa dicotomia, queste due facce opposte di quell’estate, allo stesso tempo molto dura e gioiosa.

Questo singolo è il preludio di un album?

Sì, lo è.

Ci stai già lavorando?

Diciamo di sì, ci sto lavorando. Molte delle canzoni saranno focalizzate proprio sulle relazioni, ma ci saranno anche un paio di pezzi più incentrati sulla motivazione, come già ho fatto in passato con “Wake Me Up”, “I need a dollar” e “The man”.

Spesso dici che il tuo obiettivo è quello di raccontare storie, non necessariamente autobiografiche. Di solito, cosa ti colpisce di più di una storia, tanto da decidere di farla diventare una canzone?

Quello che mi colpisce di più in assoluto di una storia è il modo in cui le parole vengono messe insieme per raccontarla; ci sono molti esempi interessantissimi – in questo senso – di storie d’amore, relazioni e rotture. Penso che non ci sia un solo modo di raccontare una storia e questo è l’aspetto più interessante per me.

Se stessi parlando con qualcuno che non conosce la tua musica, come definiresti il tuo genere, che attualmente è più un mix di generi diversi?

Penso che i generi siano definiti dalla produzione e dallo stile della musica, e vengano poi completati dalle parole e dalla melodia. Ed è – in realtà – proprio su questi due ultimi aspetti che voglio concentrarmi, del resto sono un cantante e un songwriter. Preferisco concentrarmi sul messaggio che veicolano i miei brani, ecco perché la mia musica non appartiene ad una categoria predefinita: potrei prendere qualunque dei miei pezzi e remixarlo in qualsiasi genere: dal soul all’hip-hop, dal rock al country. Ecco perché mi focalizzo di più sul traguardo delle mie canzoni e quando dico traguardo intendo aspirazione, ispirazione e motivazione che stanno alla base della mia musica.

Spesso troviamo canzoni soul e R’n’B in classifica, ma difficilmente ci sono investimenti a lungo termine su questi generi da parte delle major.

Credo che molti degli aspetti migliori della musica soul e R’n’B siano stati raccolti oggi dalla musica pop e questo lo dimostra il fatto che puoi sentire molti riferimenti stilistici a questi generi anche solo accendendo la radio. Quindi, gli artisti sul mercato oggi devono spingersi davvero fino al limite nel creare un nuovo stile soul. Alcuni di loro sono eccezionali, penso ad esempio a uno come Daniel Caesars, un giovane artista che incarna esattamente quello che io intendo come nuova forma del soul: utilizza forme che non sono mai state pienamente raccolte dalla musica pop, perché considerate fin troppo avanguardiste.

Oltre a Daniel Caesars, cos’altro ti piace ascoltare?
Ascolto un sacco di musica vecchia, prevalentemente degli anni ’60 e qualcosa anche di inizio ’70. La mia più grande ispirazione, nonché uno dei miei artisti preferiti, è Gene McDaniels, che ha utilizzato la sua voce per prendere parte al cambiamento sociale e raccontare storie che trasformassero in meglio la mente delle persone.

La tua voce – bellissima e riconoscibilissima – precede addirittura a volte la fama del tuo nome. In un mondo di totale egocentrismo, quanto pensi sia importante tornare alla Voce nella musica?

Oh, penso che sia probabilmente la cosa più importante in assoluto. In questo momento siamo molto focalizzati sulla figura del producer, che prende in prestito le voci altrui per creare musica. Ma penso che sia importante che le voci e le parole continuino ad essere riconoscibili, perché la voce è forse l’unico aspetto di connessione umana alla musica. E poi, dopo la voce vengono le parole e la melodia, perché la produzione può anche cambiare, ma non puoi cambiare le parole di una canzone, altrimenti sarebbe una canzone diversa.

A proposito di voce, hai prestato la tua per una delle più grandi hit di tutti i tempi: “Wake Me Up” di Avicii. Mi racconti come hai conosciuto Tim e come è nata la vostra collaborazione?

Ho conosciuto Tim mentre stava lavorando al suo album “True” e lui stesso mi contattò per chiedermi di cantare una canzone che aveva scritto Mac Davis, dal titolo “Black & Blue”. Quando ho finito di registrare questo pezzo, mi disse che stava già lavorando ad una seconda canzone per la quale avrebbe voluto la mia voce. La canzone non era ancora finita e così ci siamo dati appuntamento in studio per concluderla direttamente lì. Quando poi è arrivato il momento di vedersi in studio, Tim ha avuto purtroppo un altro impegno. Io ero già lì con Mike Einziger – il chitarrista degli Incubus – e Mike ha detto: “Iniziamo comunque a lavorare insieme”. Quel giorno è nata “Wake Me Up”.

Che tipo di persona era Tim? Che ricordo hai di lui?

Era una persona veramente concentrata sulla musica e molto appassionata quando creava e stava in studio. Non ho avuto molte esperienze live assieme a lui, se non una volta all’Ultra Music Festival e un’altra durante un suo set a Miami. Comunque davvero, la cosa che ti colpiva di Tim era il suo essere completamente focalizzato e interessato ad altro se non al creare musica.

Ultimamente vi sentivate?

Sì, abbiamo collaborato insieme ad altri tre o quattro pezzi. L’ultima volta che l’ho sentito è stato via mail, per parlare del documentario e di nuova musica.

Cambiamo argomento: quasi mai parli di politica nelle tue canzoni, ma molto spesso parli di soldi. Pensi che oggi la società americana (e di conseguenza anche la musica) abbia qualche problema con l’ostentazione del denaro?

Sì, lo penso assolutamente. C’è una grossa differenza tra guadagnare soldi ed essere ricchi e penso che per i giovani sia un grave danno quello di crescere con i soldi e il profitto come valori principale, anziché crescere pensando di fare quello che ami o puntando sul proprio talento.  Questo oltretutto sta diventando un problema sempre maggiore, perché certi generi come l’hip-hop che hanno oggi una diffusione incredibile, stanno trasmettendo un po’ ovunque questa filosofia.

Sei sempre stilosissimo e impeccabile anche nei vestiti: prima di finire, ci dai qualche consiglio di stile?

L’aspetto più importante nello stile è sentirsi comodi: più sei a tuo agio, più le persone si renderanno conto che stai bene con te stesso e questo aiuta molto ad essere eleganti. Poi, un altro consiglio importante: è sempre meglio indossare qualcosa di semplice e classico piuttosto che qualcosa di pazzo e stravagante a tutti i costi.

E direi che questo non è solo un consiglio di stile, ma anche un consiglio di vita. Grazie Aloe, a presto.

aloe blacc e pierfrancesco favino

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