Ogni anno la scena si ripete: mentre le feste non sono ancora finite, qualcuno inizia già a smontare l’albero di Natale, stanco delle luci, degli aghi che cadono e di quell’atmosfera sospesa che sembra non voler lasciare spazio alla routine. Eppure, secondo la tradizione, esiste una data precisa per togliere l’albero di Natale, e anticiparla o posticiparla troppo potrebbe – almeno simbolicamente – portare sfortuna per l’anno appena iniziato. Ma da dove nasce questa credenza? E soprattutto: qual è il giorno “giusto” per dire addio alle decorazioni natalizie senza sfidare la sorte?
- Quando finisce davvero il Natale
- L’albero di Natale: storia e simbolismo
- Perché toglierlo prima (o dopo) porta sfortuna
- Esistono altre date “accettate”?
Quando finisce davvero il Natale
Contrariamente a quanto si pensa oggi, il Natale non termina il 25 dicembre. Nella tradizione cristiana, il periodo natalizio si estende per diversi giorni e segue un calendario ben preciso. Il momento che segna ufficialmente la fine delle festività è l’Epifania, celebrata il 6 gennaio. Da qui il detto: “l’Epifania tutte le feste si porta via”.
La data non è casuale: ricorda l’arrivo dei Re Magi a Betlemme, dodici giorni dopo la nascita di Gesù, per portare in dono oro, incenso e mirra. È proprio da qui che nasce l’idea della cosiddetta dodicesima notte, quella compresa tra il 5 e il 6 gennaio, considerata il momento corretto per rimuovere albero, luci e addobbi.
Secondo la tradizione, togliere le decorazioni prima significherebbe “interrompere” simbolicamente il viaggio dei Magi; farlo troppo tardi, invece, vorrebbe dire trattenere elementi festivi oltre il loro tempo naturale.
L’albero di Natale: storia e simbolismo
La storia dell’albero di Natale affonda le radici molto prima delle celebrazioni moderne e intreccia elementi pagani e cristiani. Nelle culture europee antiche, gli alberi sempreverdi erano simbolo di vita, continuità e rinascita durante i mesi più bui dell’anno.
Con l’avvento del Cristianesimo, questi simboli furono reinterpretati. Secondo la leggenda, nell’VIII secolo il missionario anglosassone San Bonifacio avrebbe abbattuto una quercia sacra ai culti pagani, facendo emergere al suo posto un abete, considerato simbolo della nuova fede e della Trinità. Da qui, l’albero sempreverde diventa emblema di speranza e resurrezione. Questo forte valore simbolico spiega perché anche la rimozione dell’albero sia circondata da rituali e credenze precise.
Perché toglierlo prima (o dopo) porta sfortuna
Secondo antiche superstizioni europee, decorare la casa con elementi naturali come agrifoglio, vischio ed edera significava accogliere gli spiriti della natura durante l’inverno, offrendo loro riparo e protezione. Ma questi spiriti, una volta concluse le festività, dovevano poter tornare alla terra.
Se le decorazioni restavano oltre l’Epifania, si credeva che gli spiriti non trovassero la via del ritorno, compromettendo l’equilibrio naturale e portando conseguenze negative sull’anno successivo, come cattivi raccolti o periodi di sfortuna. Al contrario, rimuoverle troppo presto era visto come un gesto di rottura, un’interruzione prematura del ciclo festivo e simbolico.
Ecco perché la notte tra il 5 e il 6 gennaio veniva considerata il compromesso perfetto: abbastanza tardi per onorare la tradizione, abbastanza presto per ristabilire l’ordine naturale.
Esistono altre date “accettate”?
Nel corso dei secoli, le tradizioni si sono sovrapposte. In alcune zone d’Europa, soprattutto a partire dal XVIII secolo, si diffuse l’usanza di mantenere le decorazioni fino al 2 febbraio, giorno della Candelora. Questa data è legata alla Presentazione di Gesù al Tempio e alla purificazione di Maria, eventi che segnano simbolicamente la fine dell’infanzia di Cristo.
Ma dal punto di vista della superstizione popolare, la data più sicura per evitare la sfortuna resta l’Epifania. Tutto ciò che va oltre è considerato una scelta personale, più legata al piacere di prolungare l’atmosfera invernale che al rispetto della tradizione.