Un furto in casa, nessuna impronta e un ladro che sembra essere svanito nel nulla. Eppure, anche quando ogni superficie appare pulita, potrebbe esserci un indizio impossibile da vedere ad occhio nudo. A custodirlo sarebbe proprio l’aria delle stanze, oggi al centro di una nuova tecnica investigativa che promette di cambiare il modo in cui si cercano le tracce di un’intrusione. Ma quanto può davvero raccontare ciò che respiriamo nelle nostre case?
- Il DNA invisibile che rimane nelle stanze: come si fa a individuare un ladro che non lascia impronte
- La prova in 22 abitazioni: bastano quindici minuti
- Il DNA ambientale può essere un alleato delle indagini, non una prova infallibile
Il DNA invisibile che rimane nelle stanze: come si fa a individuare un ladro che non lascia impronte
Guanti, passamontagna e copriscarpe sono accorgimenti con cui chi entra in un’abitazione per rubare può tentare di non lasciare tracce riconoscibili. Le impronte digitali, però, non sono l’unico elemento capace di raccontare il passaggio di una persona. Ogni individuo disperde infatti continuamente nell’ambiente minuscole quantità di materiale biologico, anche se non tocca fisicamente gli oggetti.
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È il cosiddetto DNA ambientale, o eDNA: frammenti di materiale genetico associati, per esempio, alle cellule della pelle, alla saliva e al respiro. Una parte può restare sospesa nell’aria, mentre un’altra finisce nella polvere o si deposita sui mobili e sulle altre superfici.
Proprio questa presenza diffusa ha suggerito ai ricercatori una possibilità interessante: cercare l’identità di un intruso non soltanto sulle maniglie o sugli oggetti che potrebbe aver sfiorato, ma anche nell’ambiente circostante. Una prospettiva che trasforma qualcosa di apparentemente vuoto e inconsistente, come l’aria di una stanza, in una potenziale fonte di indizi per le indagini.
La prova in 22 abitazioni: bastano quindici minuti
A mettere alla prova questa idea è stato uno studio internazionale condotto da un gruppo di ricercatori dell’Ospedale Universitario di Oslo in collaborazione con la Flinders University. Gli studiosi hanno organizzato simulazioni di furti con scasso in 22 abitazioni, con intrusioni della durata di appena 15 minuti.
Dopo le simulazioni sono stati esaminati complessivamente 391 campioni di DNA ambientale, raccolti dall’aria, dalla polvere e dal materiale aerodisperso che si era depositato sulle superfici. L’obiettivo era capire se tracce così disperse potessero contribuire a ricostruire il profilo genetico di chi era entrato.
I risultati, pubblicati sulla rivista scientifica Forensic Science International: Genetics, hanno mostrato che anche una permanenza breve può lasciare materiale utile all’identificazione. Il dato più sorprendente riguarda i prelievi effettuati a mezz’ora dalle intrusioni simulate: l’analisi del DNA presente nell’aria ha permesso di individuare gli intrusi nell’82% dei casi in un laboratorio, ma nel 36% nell’altro. Una differenza notevole, che invita a leggere i risultati con attenzione.
Il DNA ambientale può essere un alleato delle indagini, non una prova infallibile
Secondo Mariya Goray, docente di scienze forensi alla Flinders University e coautrice della ricerca, il DNA ambientale può accumularsi attraverso il rilascio passivo di particelle e persistere nella polvere anche dopo tentativi di pulizia. Questo significa che eliminare le impronte visibili non equivale necessariamente a cancellare ogni segno del proprio passaggio.
La tecnica diventa promettente quando l’analisi dell’aria viene affiancata a quella della polvere e dei sedimenti depositati. Combinando queste fonti, gli investigatori potrebbero raccogliere informazioni aggiuntive anche nei casi in cui gli indizi tradizionali scarseggiano.
Restano, tuttavia, aspetti da approfondire. I test descritti sono stati effettuati in condizioni sperimentali e il divario tra i risultati dei due laboratori mostra che identificare un profilo genetico non è sempre semplice. Inoltre, trovare il DNA di qualcuno in una casa non dimostra, da solo, che quella persona abbia commesso un furto: il risultato deve essere interpretato insieme alle altre prove.
Per ora, dunque, l’aria non sostituisce gli strumenti della polizia scientifica. Potrebbe però affiancarli, offrendo una nuova pista anche quando il ladro sembra non aver lasciato nulla dietro di sé.