Oltre il rap: mezz'ora a cuore aperto con Tedua

Il pugile del rap italiano si racconta in esclusiva in questa intervista a pochi giorni da un leggendario live all'Alcatraz di Milano.

In un profluvio di nomi che si affacciano progressivamente sulla scena, distinguere gli artisti “che valgono” veramente dalle meteore che resteranno sulla cresta dell’onda per un paio di mesi è diventato lo sport preferito (e sempre più complesso) per gli ascoltatori e per i famigerati “addetti ai lavori”.

Ecco, se dovessimo fare una scommessa, sicuramente Tedua – per l’anagrafe Mario Molinari, genovese di provincia, classe ’94 – lo inseriremmo senza ombra di dubbio nella prima macrocategoria. Probabilmente perché il rap – lui – se lo porta dentro fin da piccolo, visceralmente. A livello di storia ma anche come sentimenti. A tre anni viene affidato a una famiglia, per pochissimo tempo. Poi è costretto a spostarsi a Milano, dalla nonna materna.

Da adolescente invece torna nella provincia di Genova. E inizia a fare musica. Si sente un po’ come Ryan Atwood di “The O.C.”: il ragazzo arrabbiato col mondo che dalla periferia si trasferisce nella grande città del nord. E, così, Tedua, lo fa dalla piccola Cogo(leto) alla metropoli: Milano. E infatti il suo primo vero album lo intitola “Orange County California”: la contea in cui si spostò il personaggio della sitcom americana.

In drilLiguria Tedua conosce i ragazzi che poi sarebbero diventati i componenti del collettivo Wild Banana, la sua prima crew. Il ciclo di “Orange County” – che porterà all’album, nel 2017 – inizia già nel 2015. Tedua fa ritorno a Milano, conosce quelli che andranno a comporre la “next big thing” della trap italiana: Sfera Ebbasta e Ghali su tutti. Ma anche Rkomi. E lavorano tutti assieme. Anche con Izi, che però aveva conosciuto già a 13 anni, poco più che un bambino. Prima esce il mixtape “Aspettando Orange County”, prodotto da Charlie Charles, Sick Luke e Chris Nolan. Poi è la volta di “Orange County Mixtape”. E alla fine, appunto, “Orange County California”, che vede il salto di qualità: lo produce Universal Music e viene certificato disco d’oro.

A marzo di quest’anno ha pubblicato “Mowgli, un disco che è stato capace di raggiungere primo posto degli album più venduti dell’anno in Italia. 14 tracce più 2 bonus track e una marea di certificazioni. Grande successo, soprattutto grazie alla schiera di singoli che si è andata via via tratteggiando non per imposizione dell’etichetta sul mercato, ma per libera scelta del suo pubblico, per cui il buon Marietto non è solo un artista da ascoltare e apprezzare, ma anche un esempio di vita e di riscatto. Quasi un fratello maggiore, per alcuni. Il migliore amico, per altri.

Lui lo sa bene e si comporta di conseguenza. Compreso sul palco di un calorosissimo e sold out Alcatraz di Milano, quando saluta il pubblico che per due ore ha cantato a memoria ogni barra: “Non lasciate  che la vostra umiltà si traformi in insicurezza e che la vostra sicurezza si trasformi in arroganza”. Da lì a due ore, Instagram sarà pieno di foto e video di chi c’era. Compreso la coppia d’oro Fedez-Ferragni, la Dark Polo Gang al completo, Sfera Ebbasta, Charlie Charles (di cui tutti vogliono un beat, ma non lo sanno usare), Izi, Bresh, Vaz Te e tutta Wild Bandana, molti amici youtuber. E soprattutto, sua mamma, a cui Mario vuole un bene dell’anima.

Fortunatamente quella all’Alcatraz non era l’unica possibilità di vedere un live di Tedua. Prossima data l’8 dicembre al Be Lugano, nell’omonima città svizzera. E poi, a seguire, lo show nello storico Vox Club di Nonantola il 22 dicembre, il giorno successivo alla Capannina di Forte dei Marmi, poi a Roma il 29 dicembre. E poi ancora a gennaio: il 5 a Marsala, il 12 al Viper di Firenze e il 19 a Modugno.

La scalata di Super Mario Balo-Tedua è appena iniziata: “lanciate quei dadi puntando sul suo futuro”.

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Ci siamo incrociati l’altra sera al live di MHD, per cui volevo cominciare proprio chiedendoti cosa rappresenta per te un nome come il suo.

Cadi a fagiolo perché MHD è uno di quelli che mi ha da sempre colpito più di tutti. Quando l’ho scoperto avevo già il mio stile ballerino e interattivo e per questo motivo l’ho reputato fin da subito – con le dovute proporzioni – il mio alter ego francese. Perché nei video si divincolava molto come me, usava molto le braccia, ha unito i balli alla musica e poi come me viene da un passato umile, quello delle banlieue parigine. Quindi per me MHD è un vero figo e sono felice di esserlo andato a vedere live.

Secondo te l’Italia come è posizionata oggi sulla scena europea?

Secondo me si difende bene, anche meglio della Spagna. Ovviamente la Francia e l’Inghilterra sono avanti, poi purtroppo non c’è verso di battere la Germania. Non tanto a livello di qualità, ma più per un fatto numerico: la Germania ha un sacco di abitanti e tanti extracomunitari, quindi vi è al suo interno un rap multietnico che fa sì che la scena tedesca venga ascoltata da più nazioni. A Francoforte è pieno di turchi e albanesi, questo permette ad un rapper albanese di Francoforte di essere ascoltato in Germania dai tedeschi, dagli albanesi in Germania e dagli albanesi in Albania, per esempio. Quindi la Germania è fortissima, però l’Italia ti assicuro che si sta facendo valere, ci rispettano.

Il nome di Tedua non ha bisogno di presentazioni, soprattutto tra i giovanissimi: le sue rime risuonano dalle discoteche del centro, fino alle casse bluethoot in periferia. Per questo, chiederti di raccontare chi sei mi sembra scontato. Vorrei però fare un esperimento, che faccio spesso con i rapper: prova a raccontare Tedua ai genitori dei ragazzi che lo ascoltano.

Per un genitore io sono un ragazzo – presumo – in gamba, a tratti carismatico e simpatico, sicuramente genuino, che senza invadere la libertà altrui e senza metodologie meschine è riuscito a rincorrere i propri interessi, costruendo un progetto di vita sulla propria passione.

Wow, non potevi riuscire meglio nell’esperimento. Ti sei appena definito a tratti carismatico e tutt’altro che dispotico e “gangsta” nell’approccio alla vita. Eppure lo sport che hai scelto – quasi come fosse un culto – è la boxe. Qual è l’aspetto che ti affascina di più dell’essere un boxeur?

Intanto, quando parliamo di boxe parliamo della nobile arte, uno sport che fino agli anni ’90 era considerato al livello del ciclismo. E poi non l’ho scelto, mi ha scelto: so che può sembrare banale, ma è la verità. La boxe trasmette una grande disciplina: la maggior parte dei pugili non sono molto violenti fuori dal ring, proprio perché imparano questo approccio. Per me è uno sport che aiuta ad essere più sicuri di se stessi, ad essere più coraggiosi, perché la paura è sinonimo di avvertimento del pericolo e quindi anche d’intelligenza, ma va affrontata con coraggio. E senza il coraggio, molte volte non riusciamo a prendere il treno della vita che ci passa davanti. Quindi – per me – lo sport in generale, ma soprattutto quello individuale, aiuta a rincorrere gli obiettivi con tenacia. Così come invece il calcio ti aiuta a convivere con una squadra e a fare gioco di gruppo.

Forse nel cosiddetto “senso comune” la boxe è vista come uno sport violento, quando spesso il calcio lo è dieci volte tanto.

Guarda, non so cosa pensi di questo il pubblico di Canale 5, giusto per farti un target. Ma credo che al giorno d’oggi la boxe non sia più vista come un sport violento.

Ti sei trasferito a Milano che eri piccolino, per poi tornare a Genova e di nuovo a Milano in età più matura per provare a iniziare una carriera nel mondo della musica. Escludi un domani di fare di nuovo il percorso inverso, come hanno fatto altri tuoi colleghi?

Beh, in realtà colleghi come Salmo, Gemitaiz o Noyz Narcos non l’hanno fatto. Io poi, a differenza di chi arriva da Roma o dalla Sardegna, ho la fortuna che Genova-Milano è un percorso breve, poco più di un’ora. Quindi penso che se dovrò tornare sarà per la vecchiaia, quando sarò saturo di questo inquinamento milanese. Tornerei anche ora, però purtroppo il lavoro è qui.

La tua Genova oggi è una città sofferente.

E’ una città piegata a metà, più che altro per tutti i disguidi legati alla viabilità. Perché poi, per quanto riguarda il problema del ponte un po’ tutta l’Italia è colpita: non si sa quando verrà abbattuto, non si sa quando verrà ricostruito.

Quando si parla di Genova, non si può non menzionare la tradizione cantautorale che l’ha resa protagonista indiscussa sulla scena. E so bene che tu apprezzi De André e tutta la crew di cantautori. Mi incuriosiva andare un po’ più a fondo e chiederti: quando non ascolta rap, cosa ascolta Tedua?

Quando ero ragazzino ascoltavo un po’ tutto quello che passava su Hip-Hop TV e All Music, poi c’era Top Of The Pops, non so se te lo ricordi.

Avoja!

Mi son fatto proprio una cultura della musica pop in generale. In Italia tutto quello che arriva deve sempre essere pop-rock, pop-punk, pop-rap. Io potevo banalmente passare da ascoltare i Black Eyed Peas ai The Rasmus, poi magari avevo l’amica che ascoltava i Pink Floyd e gli Ac-Dc, e mia madre che ascoltava gli 883 e per questo mi piace molto anche Max Pezzali, anche se non ha i testi di De Andrè o Guccini. Mi piace anche la musica di Tiziano Ferro e Alex Britti: quando è fatta di qualità, ci sono linee melodiche belle e dei contenuti che ti rappresentano, la musica mi piace, qualunque essa sia. Ci ho messo invece un po’ più di tempo a mandare giù la techno, alla quale ho sempre preferito il funk o la breakdance per ballare. Oggi però la apprezzo, da artista entro nella consapevolezza di chi la produce e di come la produce. E ne rimango affascinato.

A proposito della mamma, è vero che ha un gruppo Whatsapp attraverso cui si tiene in contatto con i tuoi fan?

Certamente, è ormai un gruppone perché cresce sempre di più. Lei promuove pure gli eventi, organizza le navette per i ragazzi di provincia quando devono arrivare al capoluogo per i grandi concerti.

Quasi come una manager.

Più che da manager si comporta da educatrice sociale. Se sei in un gruppo Whatsapp con la mamma dell’artista che ti piace, significa già che sei un superfan e molti di loro hanno anche problemi a casa, chi più chi meno. Io le ho detto che la cosa prima o poi poteva sfuggire di mano, ma lei è andata avanti con genuinità e riesce a star dietro a tutti. E questa cosa – se ci pensi – mi ha reso unico come artista. Perché ecco, le competenze di avere un approccio manageriale come la mamma di Fedez, non le ha. Magari un domani potrà averle.

E’ una questione anche tecnologica, forse.

Esatto, è un problema anche tecnologico. Sai cosa? Lei abita a Genova, se io l’avessi tutti i giorni a Milano con me sarebbe diverso. La coinvolgerei in tutto; poi lei è una forte commerciante, sarebbe perfetta per il merch. Ha fatto per anni la commessa e adesso insegna in una scuola materna: stare a contatto col pubblico, vendere ed educare i pivelli, questo le riesce alla grande. Certo non la metterei a fare cose burocratiche.

Come va oggi il tuo rapporto con Fedez?

Bene, decisamente molto bene. Non abbiamo avuto modo di far sì che le cose vadano male. C’è molta stima reciproca, sia artistica che umana.

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“Mowgli” è uscito a marzo e sono passati ormai nove mesi, che nel rap corrispondono praticamente a mezzo secolo: stai già lavorando ad un nuovo album?

A febbraio uscirà un nuovo video e poi sì, sto lavorando al nuovo album. Non posso ancora annunciarti di preciso la data, ma ho già ben in mente quando farlo uscire.

Anche in questo nuovo lavoro parlerai del tuo vissuto come hai sempre fatto o ti concentrerai di più su qualche aspetto di questa nuova vita che ti sta affascinando particolarmente?

Innanzi tutto, canto dell’adolescenza perché questa è a tutti gli effetti una musica adolescenziale, ascoltata anche dai grandi che hanno voglia di sentirsi giovani. Non ho davvero idea di come potranno evolversi i contenuti perché questa nuova vita è tutta una scoperta: tra un anno arriverò ai 25 anni e canterò dell’esperienza dai 20 ai 25, comunque sempre con uno sguardo nostalgico rivolto al passato. Del resto, penso che tra i 20 e i 30 si viva una nuova adolescenza, capisci cosa intendo dire? Questo periodo è una nuova adolescenza che ti insegna e ti forma, poi – di colpo -arrivi ai 30 anni e sei un’altra persona. Quindi certo: canterò di questi cambiamenti e, appena troverò una maggiore stabilità, farò una musica meno di sfogo e più consapevole. Perché all’inizio la mia musica è sempre stata come un diario. Lo rimarrà, ma in chiave più matura. Poi è ovvio che non mi metterò a fare il ricco di turno, anche perché non mi reputo tale. Non che a me non piacerebbe guidare un bel macchinone, vivere in una bella casa, però credo sempre nell’ostentazione con classe: bisogna ostentare per far vedere che puoi raggiungere degli obiettivi che ti permettono di vivere con dei confort. Non devi ostentare per dire “io ce l’ho e tu non ce l’hai”, oppure per dire “io ho questo, allora sono migliore”. Questo non lo farò mai, anche perché sono una persona tutt’altro che materialista.

Sabato sera hai fatto un super sold-out all’Alcatraz di Milano e stai per partire un po’ ovunque con questo il Mowgli Winter Tour, che immagino non sarà la copia esatta del tour che hai fatto quest’estate.

Assolutamente no, ti posso dire che ci sarà un bellissimo mash-up con le vecchie canzoni che hanno segnato la mia carriera e che i miei fan sicuramente apprezzeranno e canteranno insieme a me.

Andrai più indietro di “Orange County”?

Sì, tornerò indietro ad “Aspettando Orange County” e farò dei pezzi di Orange County che non riproponevo da tempo. E poi, sono diventato più forte. Al Fabrique era la prima volta che cantavo Mowgli ed era la prima volta che facevo un live così lungo su un palco così importante. Quindi mi reputo nettamente più forte adesso. E penso lo diventerò sempre di più. E’ tutta una questione tecnica, sportiva, di polmoni, di consapevolezza, di tenuta del palco.

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