Intervista ai Gogol Bordello, i re indiscussi del gypsy punk

Si ispirano (anche) a Celentano e non hanno una buona opinione dei social: abbiamo incontrato i Gogol Bordello, che tra poco torneranno in Italia.

Inquadrare i Gogol Bordello in un genere è un’impresa davvero difficile. Il gruppo, nato a New York nel 1993, ha tratto ispirazione dal punk, dal reggae, dallo ska, dall’hard rock, dalla musica gipsy, facendo talvolta incursione addirittura nel metal.

Lo stesso leader Eugene Hütz è ucraino di origine ma ormai si sente americano o – ancora meglio – cittadino del mondo. Dopo l’inizio passato a suonare nei matrimoni di immigrati dell’Europa dell’est a New York, i Gogol Bordello pubblicano un primo singolo nel 1999, ma il vero successo arriva nel 2005, quando il loro singolo “Start wearing purple” viene scelto come colonna sonora del film cult “Ogni cosa è illuminata”, a cui partecipa lo stesso Hütz come protagonista.

Un altro momento importante nella carriera del gruppo è quando, nel corso del Live Earth 2007, Hütz canta con Madonna un mash up de “La isla bonita” e “Lela Pala Tute”. Con Madonna, Eugene ha girato anche il film, diretto dalla stessa Ciccone, “Filth and Wisdom” del 2008, che fu però un vero fiasco ai botteghini. Nel 2012, invece, è Goran Bregovic a cantare due canzoni nel loro album “Champagne for Gypsies”.

I Gogol Bordello non hanno mai nascosto di essersi ispirati a numerosi artisti, a partire da Nikolaj Gogol, lo scrittore ucraino a cui la band deve il nome e alla cui ideologia si sentono molto legati. Ci sono poi le influenze di Jimi Hendrix, Manu Chao, Fugazi, i Clash, The Stooges. Il loro stile trae ispirazione anche dalle diverse culture dei componenti del gruppo e dai tanti posti in cui hanno vissuto, compresa l’Italia.

In oltre vent’anni di carriera, i Gogol Bordello hanno portato la loro musica originale nei festival in giro per il mondo, pubblicando solo 7 album in studio e 1 live, a dimostrazione che la dimensione che preferiscono è sicuramente quella dal vivo. I Gogol Bordello sono animali da palcoscenico e hanno sempre rifiutato qualsiasi omologazione o appartenenza allo show business delle major, nonostante abbiano collaborato anche con Rick Rubin, uno dei maggiori produttori discografici al mondo.

I Gogol Bordello saranno in Italia per cinque date quest’estate: il 18 luglio a  Villa Arconati di Bollate, il 19 a Roma, il 20 a Bellaria-Igea Marina, il 21 a Sestri Levante e il 22 a Majano.

Tra una pausa e l’altra di questo tour decisamente intenso, abbiamo chiacchierato un po’ con loro: ecco la nostra intervista.

gogol bordello

L’ultimo vostro lavoro – “Seekers and Finders” – è uscito ad agosto del 2017: a quasi un anno di distanza state lavorando su nuova musica?

Sempre, lavoriamo sempre su nuova musica.

E potete dirci qualcosa di più?

No, perché se te lo diciamo non sarà più così nuova quando uscirà. (ride)

Ok, chiaro. Ascolta Eugene, vivi sempre con Sergej (Rjabcev, il violinista dei Gogol Bordello, ndr.)?

Sì, anche in questo momento.

E come va la vostra convivenza?

È ottima, va tutto perfettamente.

Dopo l’esperienza di “Hustle” con Rick Rubin, “Seekers and Finders” è stata la tua prima volta come produttore. Com’è andata?

In realtà, è come se una parte di me avesse lavorato alla produzione di ogni nostro album. Per questo, anche se vedi il nome di un altro produttore, non significa che io non abbia co-prodotto quel disco, almeno per il 50% o anche di più. Sicuramente comporre musica, rispetto a produrla, mi permette di più di far capire meglio come mi sento; inoltre, c’è da dire che lavoro meglio durante la notte e questo mi allontana dalle persone che vivono di giorno, anche lavorativamente parlando.

Musica rock, punk, folk, gipsy: l’elenco dei generi che avete toccato nel corso degli anni è smisurato. C’è invece un genere che – per scelta – non affronterete in tutta la vostra carriera, oppure mai dire mai?

Perché dovrei mettere un limite a me stesso, sarebbe terribile. Per quanto mi riguarda, non funziona che mi siedo, apro un catalogo di generi musicali e punto il dito su uno di questi. Comporre musica è una genesi naturale e catartica, non un’analisi su cosa è stato e cosa non è stato fatto. Può darsi anche che mi metta a comporre opera un giorno, chissà.

Tu e la tua famiglia avete lasciato l’Ucraina nell’88 in seguito al disastro di Chernobyl, per girovagare negli anni successivi tra Polonia, Ungheria, Austria e Italia. Per quanto tempo avete vissuto nel nostro Paese e cosa ricordi di quegli anni?

Sono rimasto in Italia per qualche mese, prima di andare negli Stati Uniti e oggi ho un bellissimo ricordo di quei momenti. All’epoca però non è stato così semplice, anche perché avevo lasciato in Ucraina tutti gli amici, la mia ragazza, la band.

E l’accoglienza da parte degli italiani com’è stata, al tempo?

Non ricordo niente di negativo, per cui direi che è andato tutto bene. Vivevamo fuori Roma, in una zona in cui abitavano prevalentemente rifugiati ucraini e quindi avevo poche interazioni con gli italiani.

Veniamo ad oggi: come vedi la condizione delle minoranze etniche in questo clima così teso in Europa?

In realtà è sempre più o meno lo stesso: ogni Paese ha e ha sempre avuto una parte più tollerante e una parte meno. Questo vale anche per l’Italia. Ma ti posso dire che anche luoghi che sono sempre stati visti come quelli più aperti all’accoglienza e all’accettazione (per esempio New York, Toronto e Vancouver) hanno questa doppia faccia. Alla fine è così che va il mondo: sarebbe naif pensare il contrario.

Che rapporto avete con i social media?

Lo stesso rapporto che hanno tutti, credo. Mi importa qualcosa dei Social? No. Li uso? Sì. Perché? Perché gli altri si aspettano che li abbia. Ci dedico tanto tempo? No. Interagisco? No. I social sono il riflesso narcisistico dell’epoca in cui viviamo: servono a dare a ciascuno la chance di diventare una sorta di celebrità. Ognuno segue quello che si fa, ma nessuno segue davvero qualcosa. Non è vero che accorciano le distanze, in realtà le aumentano: non puoi avere una relazione sui social media e non puoi avere una relazione con i social media.

È vero che sei un fan di Adriano Celentano?

Assolutamente! È un personaggio davvero unico, un’artista iconico. Ho iniziato a seguirlo durante la mia infanzia e penso che ancora oggi stia percorrendo una strada interessantissima e imprevedibile, oserei dire quasi rischiosa. È un’anima rock’n’roll ed è stato un dono vivere in Italia e conoscerlo.

Hai visto anche i suoi film?

Tutti, avrò avuto dieci anni quando li ho visti.

Dieci anni fa, nel 2007, avete collaborato con la regina del pop, Madonna, e questa collaborazione è stata acclamata da pubblico e critica. A distanza di anni, non si è evoluto in altri progetti, per cui la domanda sorge spontanea: siete rimasti in buoni rapporti?

Innanzi tutto è stata sicuramente una pagina insolita e speciale nella storia dei Gogol Bordello e abbiamo una certa nostalgia di quel periodo perché lei è una donna davvero cool. Occasionalmente ci sentiamo: per esempio quando ha suonato a New York, siamo anche andati all’after-party.

Ben quattro date quest’estate nel nostro Paese. Che tipo di show vedremo sul palco?

Che dire…scopritelo voi stessi! I Gogol Bordello non sono qualcosa su cui puoi far affidamento: venire ad un nostro concerto è un po’ come salire su una macchina che non sai perfettamente dove sia diretta.

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